Se qualche ragazzo nato qui da genitori di chissà dove avesse bisogno di una lezione per diventare un vero cittadino italiano, può sempre dare un’occhiata al Senato. La legge sullo ius soli, ignorata dalla maggioranza renziana per mesi, diventata oggetto di promesse solenni dai tempi dei tempi (“Mettiamo la fiducia” Orfini l’ha ripetuto decine di volte), diventa altro carburante nell’unica battaglia che divide ancora centrosinistra e centrodestra, che riforma le coalizioni tradizionali come alle ultime elezioni comunali. Da una parte la Lega Nord con le urla, gli spintoni, i vaffanculo. Dall’altra la sinistra che grida “fascisti“. E’ solo l’inizio del percorso di una legge sulla quale il Pd ha accelerato all’improvviso, senza un motivo particolare, e con un tempismo sospetto dopo l’annuncio dell’astensione del M5s. Mentre i fascisti, quelli veri, di CasaPound e Forza Nuova fanno la loro marcetta senza permessi fuori nella piazza, dentro la maggioranza mette la quarta per incardinare la legge. “Incardinare”: significa che per il momento non si discute nemmeno del merito, è solo un fermino come a briscola in attesa di arrivare a votare gli oltre 8mila emendamenti, un numero degno delle battaglie parlamentari a più alto tasso agonistico come le riforme costituzionali e quella elettorale. E’ proprio per quel motivo che la commissione ha rinunciato a lavorare, facendo saltare direttamente in Aula la legge già calendarizzata.

Il gong che fa partire la sarabanda è la richiesta di un’inversione dell’ordine dei lavori avanzata dalla senatrice Loredana De Petris, di Sinistra Italiana. Luigi Zanda, del Pd, dice che è d’accordo perché la Lega fa ostruzionismo. Si vota e i contrari sono quasi solo i leghisti. I senatori del Carroccio chiedono la parola, ma Grasso risponde che l’ha già data al presidente di commissione Salvatore Torrisi che deve illustrare quello che è avvenuto in commissione, cioè niente. Il capogruppo della Lega Gianmarco Centinaio insiste, rialza la mano, gli dà una mano anche Stefano Candiani che grida con le mani giunte a conchiglia verso la presidenza. E’ a quel punto che Raffaele Volpi, geometra che di lavoro fa il funzionario del suo partito, segretario d’Aula, rimasto seduto e in silenzio fino a quel momento, si scosta dal suo banco, tira su la parte semovibile, si alza lentamente, prende la mira e declama: “Grasso, ma vaffanculo!”. E’ il grido di battaglia che risuona grazie a un raro momento di silenzio dell’Aula. Volpi è scatenato: “Me ne vado!” grida scendendo le scale. “Lei non è un arbitro, è un venduto!“. In realtà non se ne va: Grasso lo espelle ma lui resta nell’emiciclo, come i calciatori che seguono la partita lungo la scaletta che porta agli spogliatoi. La sua presenza insistita dovrebbe spingere il presidente del Senato a sospendere i lavori. Ma Grasso non vuole perdere altro tempo anche perché se n’è già perso parecchio per colpa della maggioranza che ha fatto mancare il numero legale e ritardato l’inizio della seduta. Così il presidente revoca l’espulsione di Volpi. “Un precedente così neanche l’arbitro Moreno!” commenta Roberto Calderoli. “Quando i giocatori si arrivano a nascondere l’arbitro deve comportarsi come può…” replica Grasso.

Il presidente prova la consueta carta della testardaggine sperando che gli vada bene. Dà la parola al presidente della commissione Affari Costituzionali, l’alfaniano Salvatore Torrisi, che deve illustrare il testo e cos’è avvenuto in commissione, cioè niente. Torrisi nessuno lo ascolta: lui quasi urla, quasi svogliato, si interrompe, incespica, “reiez… reiezione”, Grasso lo spinge a proseguire, “Concluda, senatore Torrisi!”. Ma come fa, povero cristo, che intorno succede il finimondo. 

I senatori della Lega Nord hanno lasciato i blocchi di partenza. Si lanciano verso i banchi del governo come tori, con in mano il cartello con la scritta “No allo Ius soli”. Il battistrada è Gianmarco Centinaio, il suo vice Sergio Divina, lo “svizzero” Jonny Crosio, il gigantesco Nunziante Consiglio che si diverte con i commessi che non arrivano a prendere il suo cartello perché è quasi due volte loro. Il più scatenato di tutti è Paolo Arrigoni che corre al centro dell’emiciclo facendo una specie di corrida per difendere il suo foglio: acà commesso, e ride.

Centinaio, il capogruppo, fa un doppio passo alla Zico, mette fuori gioco gli addetti del Senato e si mette seduto al fianco della ministra Valeria Fedeli, sbattendo un pugno sul banco: ora comando io. Viene subito circondato da 4, 5, 6, 7 commessi, come Bud Spencer nei film. Lo portano via di peso: “In sette son dovuti venire a prendermi” dice orgoglioso poco più tardi alla buvette dove ha chiesto un po’ di ghiaccio per la mano con cui è rimasto aggrappato ai banchi del governo, facendo registrare un cambio di tendenza rispetto a quando i politici rimanevano aggrappati con altre parti del corpo ai posti di governo.

Centinaio non spinge la ministra, come dice il Pd, semmai lei prende qualche colpo mentre nel parapiglia cerca di aiutare i commessi a togliere il cartello al leghista. Poi ne dice quattro a Divina con il dito puntato e lo sguardo torvo. “Guarda che…”: purtroppo il labiale non si capisce perché nei video è impallata dalla testa di Crosio che fa il gigione tra i banchi dei ministri. Paolo Tosato si mette seduto all’altro capo dei banchi del governo e provoca la reazione stizzita di un sottosegretario. Anna Finocchiaro, che in mattinata era entrata in Aula con gli occhiali da sole stile Patti Smith, in mezzo alla scena western si premura di avvicinare la sedia del presidente del Consiglio al suo fianco perché sopra c’è la sua borsa (sopra alla sedia, non sopra al presidente). Nell’Aula si sguinzagliano i questori. Laura Castelli, M5s,  Antonio De Poli, uno dei pochi in Italia a essere rimasto nell’Udc di cui è pure presidente, spinge delicatamente Centinaio fuori dall’Aula usando il fondoschiena e tenendo le mani alzate tipo giocatore di basket di Harlem.

Ma non finisce qui, come diceva appunto Corrado in un programma che assomiglia a certe sedute del Senato. La battaglia la tiene viva qualche attimo dopo Stefano Candiani, l’uomo fabbrica-emendamenti della Lega, figlio d’arte di Calderoli. Dal suo banco tira su l’ennesimo cartello. Gabriele Albertini, l’ex sindaco di Milano, è al suo fianco, accenna un gesto come per fermarlo, gli dice qualcosa all’orecchio, forse di non resistere, alla fine arriva l’ennesimo commesso che gli porta via tutto. Simona Vicari, non più sottosegretaria, lì accanto se la ride.

Video di Manolo Lanaro

Due ragazzi neri, dalla tribuna del Senato, finiscono di assistere alla scena, serissimi. Uno dei due si chiama Paolo Barros e fa il consigliere municipale del M5s. Forse hanno appreso appunti su com’è essere cittadini italiani. La legge è incardinata, ma la discussione è subito rinviata. L’approvazione sarà dopo i ballottaggi perché certe cose è sempre bene farle dopo le elezioni. Nel frattempo, fuori dal Senato in cui si è combattuta la grande battaglia per la purezza della cittadinanza, gente italianissima fa il saluto romano.