“Dietro il terrorismo islamista è facile scorgere un vasto retroterra di opinione pubblica mussulmana – presente anche in Europa – che certamente condanna le imprese dei terroristi ma che oscuramente ne subisce una certa fascinazione perché, magari inconsapevolmente, ne condivide alla fine un sentimento di fondo: cioè una radicata avversione antioccidentale”. Lo scrive oggi, nel suo editoriale sul Corriere Della Sera, lo storico Ernesto Galli della Loggia secondo cui questo “sentimento antioccidentale” si alimenterebbe nel mondo islamico grazie al dilagantevittimismo.

È bene partire da un punto: “La condivisione del sentimento antioccidentale da parte dell’opinione pubblica musulmana”. Per dare un giudizio così netto, servirebbero – e come storico Galli della Loggia lo dovrebbe sapere – le fonti. Dovrebbe quindi citare qualche sondaggio, che rimarrebbe sempre parziale, per dare concretezza a un giudizio che rimane suo e quindi personale. Dire che il mondo musulmano – tralasciando quanto esso sia variegato e quanto sia riduttivo parlare di “mondo musulmano” prendendo in esame anche solo il Medioriente, data la ricchezza di confessioni esistenti – vive nel vittimismo perché “mentre quel mondo sarebbe stato oggetto da sempre di gravi soprusi da parte dell’Occidente, il suo passato, invece, sarebbe totalmente privo di macchie” è profondamente sbagliato.

Da molto tempo c’è un dibattito aperto in Medioriente, riguardo alle colpe delle élite politiche locali – Assad, al Sisi, Saddam Hussein, Gheddafi e altri – riguardo a come queste siano scese a compromessi con una parte delle élite politiche occidentali nell’arco degli ultimi decenni. Questa è storia. È storia che la maggior parte dei regimi totalitari arabi sono rimasti al potere grazie alla benedizione di qualche superpotenza di turno. Da questo stato di “immobilismo” – come lo descriveva l’intellettuale libanese Samir Kassir, che della Loggia probabilmente non conosce – è cresciuto un sentimento di fatalismo, questo sì. Cioè l’idea dell’impossibilità di cambiare le cose. Non è quindi vittimismo, oggi, dire che l’Occidente ha delle colpe nei confronti del mondo arabo se si aggiunge che le classi politiche arabe hanno a loro volta delle colpe.

Ma, secondo lo storico italiano, il problema sarebbe che “nell’opinione pubblica islamica – in Medioriente evidentemente esistono islamici fatti tutti alla stessa maniera e non esistono differenze – la “storia, disgraziatamente, sembra essere ancora oggi la grande assente”. E il risultato di questa assenza favorirebbe “ogni mitizzazione, accredita una visione del mondo in bianco e nero, e contribuisce non poco a distorcere gravemente il significato di quanto accade attualmente, producendo per l’appunto vittimismo e pericolosi desideri di rivalsa”.

Un’assenza della storia araba e islamica, contemporanea e antica possiamo notarla in moltissimi commentatori delle “cose arabe”. Prendiamo il conflitto siriano. Nel 2010 i rapporti fra l’Italia e la Siria erano idilliaci. Nessuno era mai andato a imputare a Bashar Al-assad, che ereditò il potere alla morte di suo padre Hafez, i massacri compiuti nella carceri siriane. Venne accolto in Italia – come lui anche Gheddafi – in pompa magna. La Storia – con la S maiuscola – e le responsabilità morali, politiche e quindi storiche del leader siriano non furono prese in considerazione. Neanche da quegli storici che fanno la morale al mondo arabo e imputano ad esso il vizio di non conoscere il passato. Ancora oggi, c’è chi guardando al Medioriente butta la storia nello sgabuzzino e giudica con un metro acritico: quello del male minore e del male maggiore. L’Isis è il male maggiore, allora rimettiamo in sella gli uomini forti – anche se sono criminali.

Di questo passato, Galli della Loggia vuole demitizzare due temi, secondo lui capitali. Il primo è la “presunta felice convivenza che avrebbe caratterizzato in generale l’esistenza degli ebrei in tutto il mondo arabo”. Per de-costruire questa “leggenda” cita Les juifs du monde arabe (Odile Jacob, 2017) di Georges Bensoussan. Nessuno ha parlato di felice convivenza fra ebrei e musulmani nella storia. Ma si è evidenziato il fatto che gli ebrei hanno certamente vissuto meglio sotto l’Islam che sotto il cristianesimo, almeno fino alla nascita di Israele. A dirlo non è uno storico arabo ma ebreo, Shelomo D. Goitein, che fu professore emerito presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e che dedicò gran parte della sua vita allo studio dei rapporti fra ebrei e musulmani. Uno studio culminato nel libro Ebrei e arabi nella storia (Jouvence, 1980). Il secondo tema sottolineato dallo storico è quello della schiavitù, che durò un paio di secoli in più nel mondo islamico. E questo sottolinearlo sembra un uso privatistico della storia. Un voler evidenziare una mancanza di evoluzione civilizzatrice dell’altro, il mondo arabo.

Galli della Loggia conclude dicendo che “se oggi volessimo davvero impegnarci in una battaglia culturale per favorire la nascita di un Islam ‘moderato’, è da qui, da una ricognizione del passato, e quindi da libri di storia come quelli che ho citato, che si dovrebbe cominciare”. In sostanza, i musulmani normali non esistono. Bisogna favorire la “nascita di un islam moderato” che oggi non c’è. E per fare questo bisogna cominciare dai libri di storia che cita nel suo articolo. Penso che quando cominceremo a tradurre libri di storia di storici arabi, al posto di Oriana Fallaci o di Michel Onfray, probabilmente la smetteranno di descrivere l’Islam – come se non esistesse un universo parallelo, fatto di società civili, cultura e altro – come un monolite. In quel momento, potremo vedere in quell’Oriente costruito con gli stereotipi, l’altra parte di noi.