“Non voglio più vendere la morte”. La storia di Bob Comis è quella di un allevatore di maiali pentito. Un fattore statunitense che sparge mangime, paglia e fango per ingrassare rubicondi suini Poland China e poi rivenderli al macello. Solo che qualcosa nella vita di Bob non gira come deve girare, non va come società dei consumi (delle carni) vuole. Ed ecco allora The Last Pig, documentario programmato a Cinemabiente di Torino 2017 (dove ha vinto una “menzione speciale”) e poi alla Cineteca di Bologna. Un fulminante ed inequivocabile ritratto di Bob e dei suoi maiali senza nome composto dalla regista Allison Argo. Già perché chi si attende un Babe maialino coraggioso, un cucciolo di scrofa che parla e si muove come un bimbo di cinque anni rimarrà deluso. Gli splendidi maiali neri, zampette bianche e orecchie frastagliate non parlano e nemmeno si salvano spettacolarmente dalla tragica fine del macello. In The Last Pig accade invece uno di quei miracoli formali che i vecchi teorici del documentario sottolineavano come condizione necessaria per compiere quel lavoro: registrare una realtà nel suo farsi, cogliere l’essenzialità del fenomeno inquadrato senza imporre una tesi di fondo. La Argo in questo sembra proprio una muta osservatrice alla Frederick Wiseman più che un Savonarola alla Michael Moore. Tanto che il cruccio etico di Bob diventa il nucleo pulsante del film, senza che la regista metta becco alcuno. Ed è proprio in quella contraddizione continua dell’allevatore che mentalmente, logicamente ed emotivamente rifiuta l’uccisione dei suoi maiali, ma poi nella pratica li accompagna nel viaggio della morte, che The Last Pig eleva la forma documentario ad una composizione mai retorica modulata su un’inquadratura ad altezza maiale che lascia stupefatti.

Occhietti scrutatori, nasi in perenne annusare, movimenti a scatti, i maiali prendono naturalmente la scena a livello visivo, mentre il ragionare dell’uomo con il suo tormento si tramuta in voce fuori campo (Bob avrà si e no 10 inquadrature su 150). Gli elogi per la facoltà mentali e il comportamento simile all’uomo (“Mi seguono curiosi e interessati”, un po’ gli orsi in Grizzly Man di Herzog); il cruccio sul perché il cane non si mangia ma il maiale sì; infine la franca confessione dell’impossibilità di un cambiamento anche se la ragione nella testa dice il contrario. “Ho due punti di vista su di loro” – spiega Bob-, “li vedo sereni mentre fanno quel che vorrebbero fare in mezzo ai campi; dall’altro li seguo con una visione utilitaristica, ne guardo cosce e lombi pensando alla loro possibile trasformazione in carne”.

Così la scelta dell’allevatore pentito si attua quando anche l’ultimo maiale è finito sgozzato, aperto in due, bollito e mille gradi, bruciato con la fiamma ossidrica, infine decapitato (le immagini del macello ci sono, ma sublimano nel dettaglio per il tutto). Il campo che in dieci anni di lavoro ha visto passare oltre 2mila maiali diventa un enorme orto per la verdura biologica. E nonostante tutto, proprio perché lo scopo di The Last Pig non è né rassicurare con un lieto fine, né imporre un intoccabile credo, Bob sembra come porsi ancora una domanda: “Ho il terrore che il passaggio all’agricoltura di vegetali possa fallire”. “Non pensavo di girare un’altra “investigazione” su come fossero terribili i macelli. Di quelle ce ne sarà sempre bisogno nel mondo e c’è chi le girerà. Io avevo invece bisogno di una storia diversa per persone che magari non avevano mai riflettuto sul tema e si cibano di carne biologica”, ha spiegato la regista, precedentemente autrice di altri documentari che avevano al centro animali come elefanti, scimmie, e rane. “Ho scovato Bob sul suo blog dove raccontava la sua sofferenza e la sua depressione. Il fatto di essere una persona imperfetta che compie errori, e di dichiararlo, mi ha attratto moltissimo. Proprio per questo mostro lui e il suo percorso di vita, senza imporvi un modo di pensare o comportarsi di fronte ad un tema etico così forte”.