Da tempo mi capita di riflettere sulle due parole all’interno del titolo di questo post. A volte mi domando se è giusto che esse vengano in fondo così ignorate nei loro contenuti e nelle loro conseguenze economiche e sociali.

Sono due parole fondamentali nelle riflessioni che dobbiamo porci sulla nostra poco brillante situazione economica. E dobbiamo anche cercar di valutarle alla luce di una prospettiva tecnologica assolutamente innovativa.

‘Delocalizzazione’: nell’accezione abituale ci si riferisce al fenomeno per cui un’azienda italiana chiude gli impianti in Italia e li trasferisce in un altro Paese, generalmente un Paese a basso costo unitario del lavoro. E’ un fenomeno triste: che purtroppo si è verificato e si sta tuttora verificando creando, da noi, non pochi problemi.

E’ bene che io dica subito la mia posizione: io sono favorevole alla ‘delocalizzazione’, ma non a quella che ha preso piede attualmente che reputo selvaggia, di corte vedute e anche truffaldina.

Cerco di spiegarmi.

Fra le altre, due sono le ricchezze inalienabili di qualsivoglia impresa: il suo ‘know-how’ e il suo mercato (inteso come insieme di clienti conosciuti, affidabili, collaborativi).

Pensiamo innanzitutto al suo mercato: si tratta di una ricchezza molto grande, conseguita negli anni, fatta di attenzioni e di ricerche, assolutamente non improvvisabile: è difficile se non impossibile cercar di dare un valore monetario a questa ricchezza, ma è senza dubbio elevatissimo. Quante acquisizioni di aziende da parte di altre aziende generalmente competitrici sono state fatte e tuttora vengono fatte per acquisire il mercato di queste? Se, indotto dal malandare, un imprenditore si vede costretto a chiudere i battenti, beh, non soltanto bene, ma benissimo fa a cercare di delocalizzare per reggere ancora la possibilità di utilizzare quel suo mercato: altrimenti lo perderebbe insieme con la sua azienda. Almeno in linea teorica, in futuro potrebbe tornare a servire quel mercato dall’Italia, con nuove tecnologie e con nuovi impianti, senza la necessità di reinvestire ingenti capitali per rifarlo. Fin qui la parte che mi vede favorevole senza se e senza ma.

Tuttavia, a mio parere, c’è uno scorcio di verità che viene ignorato, e che invece pesa come un macigno sulla vita del paese delocalizzato e che costituisce una grossa ingiustizia addebitata al lato più debole dell’azienda (le maestranze) e al Paese che viene abbandonato.

Andiamo con ordine.

Quando un’azienda delocalizza porta oltre frontiera non solo gli impianti ed il proprio mercato, ma anche il ‘know-how’, tutto il ‘sapere come’ accumulato negli anni con il concorso determinante delle maestranze italiane che appartiene quindi (non mi interessa se legalmente non lo si riconosce come tale) non solo all’imprenditore proprietario dell’azienda, ma anche a coloro che hanno dato il loro determinante contributo a realizzarlo: tutto questo ‘sapere come’ viene offerto e imposto alle nuove maestranze del Paese ricevente, che pertanto crescono professionalmente senza doverne sostenere né i costi né la fatica: questo, a mio modo di vedere, si chiama ‘furto’. E si tratta di un furto perpetrato a danno della parte più indifesa e povera che si trova – e io la chiamo una aggravante – senza lavoro, una parte beffata e mazziata.

La delocalizzazione è un fenomeno che nasce nei tempi di crisi: fino a quando l’economia aveva ritmo e ossigeno non si sentiva parlare di delocalizzazioni. Il problema è esploso con questa lunghissima e soffocante crisi che stenta a lasciarci vivere.

Ma c’è un secondo e più profondo danno che investirà, attraverso il non-lavoro dei giovani di oggi, i futuri pensionati. Non lavorando, infatti, i giovani non producono contributi pensionistici: si corrode il ‘patto sociale’ che vuole che i giovani di oggi finanzino le pensioni dei giovani di ieri: le coppie fertili, vista la prospettiva, non fanno figli (il problema è dappertutto): il calo demografico è una realtà molto seria che solo l’arrivo di correnti migratorie possono compensare. L’Europa stima dati agghiaccianti: il complesso dei 25 membri del 2004 aveva una popolazione di 306.8 milioni di individui mentre nel 2050 si prevede un calo fino a 254,9 milioni (dati UE).

Si faccia bene attenzione: nell’orizzonte industriale è già scontato l’arrivo ‘a larghe falde’ della tecnologia robotica che quando arriva espelle mano d’opera senza pietà: è evidente che la delocalizzazione, intesa come oggi la intendiamo e la vediamo applicata, oltre che ingiusta e truffaldina ai danni delle maestranze e del Paese che le ha educate e formate, è pure soltanto un pannicello caldo: come non vedere questa prospettiva?

Quello che mi colpisce è la straordinaria inerzia della nostra classe dirigente al riguardo: e non parlo dei soli politici, dei nostri politici, di cui conosciamo bene la statistica incapacità a far fronte al futuro. Parlo degli industriali, dei sindacati (di entrambi, poi, si avverte il totale silenzio), del mondo pensante del nostro Sistema-Paese.

Ma questa discussione apre la porta a un altro passo importante della nostra vita ecoindustriale di cui non si parla mai, la ‘diversificazione’ (prosegue…)