Il 31 maggio, su richiesta del ministro della Giustizia del Bahrain, un tribunale ha dichiarato lo scioglimento della Società nazionale per l’azione democratica (Wa’ad), un partito di opposizione di ispirazione socialista, e ne ha disposto la liquidazione del patrimonio finanziario.

La campagna orchestrata dalla famiglia reale per sopprimere ogni voce critica, singola od organizzata, va avanti sempre più decisa anche grazie all’incoraggiamento dato dal presidente Usa Trump nel corso del vertice a fine maggio in Arabia Saudita.

Il 14 febbraio, sesto anniversario della rivolta, un comunicato ufficiale del Wa’ad aveva denunciato la “crisi costituzionale e politica” in cui versava il piccolo regno del Golfo.

Il 6 marzo, il ministro della Giustizia aveva presentato un esposto contro il Wa’ad, ai sensi della Legge sulle associazioni politiche, sostenendo che con quel comunicato il partito aveva “invocato violenza, sostenuto il terrorismo e incitato a compiere reati e altre azioni illegali”.

Quel comunicato era evidentemente un pretesto. Alla famiglia reale, del Wa’ad non andavano giù altre cose.

Ad esempio, che il Wa’ad aveva espresso solidarietà nei confronti del principale partito di opposizione, Al Wefaq, sciolto senza motivi fondati nel luglio 2016 e il cui segretario generale, Ali Salman, è solo da pochi mesi uscito dal carcere.

Come gesto di sfida, nell’ottobre 2012 il Wa’ad aveva eletto nel suo Comitato centrale l’ex prigioniero di coscienza Ebrahim Sharif, nonostante questi avesse perso i suoi diritti civili e politici dopo un processo irregolare.

E poi, quando nel gennaio di quest’anno erano riprese dopo oltre sei anni le esecuzioni capitali, il Wa’ad aveva definito “martiri” i tre uomini messi a morte così come quelli uccisi dalle forze di sicurezza durante le manifestazioni.

Il Wa’ad ha sempre dichiarato la sua opposizione alla violenza, sottolineando l’intenzione di perseguire i suoi obiettivi politici mediante azioni pacifiche. Tra l’altro, aveva anche sottoscritto la Dichiarazione sui principi della non violenza del 2012.