di Franca Falletti*

Non si tratta di un errore burocratico. I rilievi fatti dal Tar del Lazio, in merito al concorso svolto dal ministero dei Beni culturali per la nomina dei direttori dei 20 super musei italiani, non riguardano solo la nazionalità dei concorrenti (all’epoca del bando la legge italiana prevedeva che i dirigenti di Stato fossero di nazionalità italiana e il ministro Dario Franceschini era tenuto o a rispettare tale legge, oppure a promuoverne la modifica, ma non poteva ignorarla, come ha fatto). Essi fanno emergere almeno altre due questioni di ben altro peso e altra natura.

La prima concerne il fatto che i colloqui orali si sono svolti a porte chiuse e alcuni addirittura via skype, impedendo così la dovuta possibilità di controllo su come si siano realmente svolti tali esami e infrangendo una basilare legge a tutela della trasparenza in democrazia, secondo la quale tutti gli atti di un concorso pubblico devono essere pubblici.

La seconda questione denuncia gravi irregolarità riguardo ai criteri di assegnazione del punteggio. Si legge, infatti: “Tali riflessioni, accompagnate dall’oscura circostanza che l’accorpamento con suddivisione in tre sottoclassi del punteggio previsto per il colloquio dei candidati ammessi alla decina è avvenuto ben dopo l’individuazione, da parte della commissione di valutazione, dei criteri di assegnazione dei punteggi per le singole voci valutative nelle quali ripartire i 100 punti a disposizione. Infatti, mentre il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai titoli presentati dai candidati è stato definito nella seduta della commissione tenutasi il 5 maggio 2015, i criteri di distribuzione dei 20 punti da assegnare (al massimo) nel corso dei colloqui a coloro che erano stati selezionati per avere ingresso nella decina sono stati definiti quando erano già noti i nomi dei candidati scrutinandi, cioè nella seduta dell’11 luglio”.

In poche parole, quindi, si sono stabilite le regole del gioco a gioco già iniziato e dopo aver saputo quali carte ogni giocatore aveva in mano. Si potrebbe anche dire che se il candidato che si desiderava sostenere avesse inserito nel curriculum di aver seguito un corso di danza cubana, sarebbe bastato stabilire che nel colloquio orale le competenze sulla danza cubana valevano il massimo assegnabile, cioè venti punti, per dargli un vantaggio che chiunque altro concorrente difficilmente avrebbe potuto colmare. Per assurdo, ovvio. Ma qualcosa di non troppo dissimile deve essere pur accaduto, se colui che ha diretto gli Uffizi per tanti anni, senza generare scandalo e senza che mai il ministero stesso gli avesse rivolto alcuna ammonizione, non ha ricevuto nemmeno il punteggio necessario a entrare nella terna da proporre al ministro e se alcune persone del tutto ignote e con curricula esilissimi o poco pertinenti siano state messe a dirigere istituti di grande peso.

Del resto, in tutta la lunga sentenza del Tar (che invitiamo a leggere per intero) si palesa lo sconcerto dei giudici di fronte alle modalità, non certo chiare, con cui si è svolto il concorso in ogni sua fase, ad esempio quando si parla di “magmatica riconduzione dei 20 punti di massima assegnazione ai candidati della decina ammessi al colloquio” o di “illegittimità derivata dalle conclamate patologie che hanno corroso le frazionate procedure selettive”.

Rimane infine da chiedersi come è stato presentato tutto questo dalla stampa. Pressoché all’unanimità, con titoli incentrati sullo scandalo che il Tar non accetta direttori stranieri per i musei italiani. A parte che il ministro Franceschini dovrebbe imparare a fare o a farsi fare leggi che non vadano contro quelle già (a torto o a ragione) esistenti, ognuno giudichi dove sta il vero scandalo di questa storia: nella sentenza del Tar, nelle modalità del concorso o nella manipolazione della notizia?

*direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze dal 1992 al 2013.

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