Il Giro d’Italia 2017 era destinato a passare alla storia perché un centenario lo meritava, per i pionieri delle origini, per gli eroi del primo e secondo dopoguerra, e tutti quelli che hanno legato il proprio nome a questa fantastica epopea sportiva. Passare alla storia per meriti pregressi ci poteva stare, ma mettere in scena uno dei più incerti Giri di sempre è destino provvidenziale. Un elogio all’organizzazione per la scelta di spalmare le tappe su tutta Italia e offrire un percorso misto ai campioni che, con diverse caratteristiche se lo sono giocato fino all’ultimo e il fato ha fatto il resto.

La selezione naturale ha portato un olandese cronoman puro apprendista Indurain, un corridore completo con temperamento da squalo, un grimpeur francese ma campione nazionale crono e un colombiano scalatore purissimo a giocarsi tutto tra Monza e Milano. Un articolo che si rispetti deve inserire il nome del vincitore in testa, lo faccio adesso per non contravvenire alle regole professionali, ha vinto Tom Dumoulin ma avrei potuto non dirlo ancora, fino alla fine, perché è raro ma succede che il vincitore sembri un asso pescato a caso fra quattro carte uguali, vale tanto come gli altri ma è stato pescato lui.

Tutti campioni, appunto, tutti vincitori? Moralmente sì perché ognuno di loro, Tom Dumoulin, Vincenzo Nibali, Quintana e Pinot sa che questo è il responso della strada, questo è tutto ciò che si poteva fare ed era inevitabile che gioisse solo quello con la maglia rosa indosso all’ombra del Duomo. L’ombra è più scura sul secondo o terzo gradino del podio perché è lo sport che non lascia gloria a chi non arriva primo. Non ci può essere gioia negli occhi di chi, armato di speranza, grinta e cuore era partito da Monza con un pensiero fisso, la maglia rosa.

L’unico che la indossava veramente se l’è sentita sfilare solo quando le guglie e la Madonnina si vedevano già all’orizzonte, a prendersela, prepotentemente come prepotente era il rapporto monstre che ha scelto di spingere per 29 chilometri, Dumoulin che entra doppiamente nella storia Giro perché è anche il primo olandese a vincerlo. Spaccone in salita senza averne attitudine ma forte, fortissimo sul suo terreno, la “farfalla di Maastricht”, a poco meno di 27 anni spiega definitivamente le ali in un grande Giro mettendo in fila gente che in bacheca ne ha già diversi. Quintana e Nibali, che nell’ordine, lo affiancano sul podio avevano sulle spalle il numero 1 e l’111 ma il numero l’ha fatto Tom, ma mica solo oggi ma in tre settimane fantastiche.