Storie di resistenza, di sconfinamenti, di frontiera. Con ostacoli talvolta poco manifesti ma non per questo meno complessi da superare, come un senso di colpa ereditato da un altrove che porta lo stesso sangue. Così possiamo sintetizzare i tre film italiani passati fra ieri e oggi a Cannes: L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, Cuori puri di Roberto De Paolis e Dopo la guerra di Annarita Zambrano. I primi due nel programma della Quinzaine des Realisateurs, il terzo a Un Certain Regard.

Ambientato nel centro ricreativo per ragazzi La Masseria di Napoli, L’intrusa si chiama Maria ed è una giovane madre che ivi trova rifugio per sé e la figlioletta Rita, ma il suo stato di moglie di un camorrista omicida e per questo detenuto, la rende insopportabile allo sguardo delle altre mamme, che la vogliono allontanare nonostante la resistenza di Giovanna, la fondatrice del centro. Rita è il punto di vista innocente di un destino che l’ha crocifissa nella solitudine, piccolo corpo rivestito di colpe che non ha. Talentuoso regista di documentari, al suo secondo lavoro di finzione dopo il magnifico L’intervallo, il napoletano Di Costanzo appoggia lo sguardo su nuovi “mediatori, sperimentatori delle frontiere” fra mondi opposti di coatta convivenza e dunque refrattari alla reciproca comunicazione. “Napoli stessa, d’altra parte, è una linea di frontiera, una zona perennemente grigia dove l’incontro con i rappresentanti del Male è inevitabile. Mi interessa lavorare sulla scoperta dei mediatori, persone di volontà e umanità eccezionale che – spesso – tentano l’impossibile”. L’intrusa è un’ibridazione tra il realismo adulto e l’immaginazione infantile ed è un film anche sul coraggio della sconfitta. Uscirà nelle sale italiane a settembre.

Esordio complesso, e creato in sei anni fra ricerche e produzione, Dopo la guerra tutto sembra tranne che l’opera di un’esordiente. Eppure così è per la romana ma parigina d’adozione Annarita Zambrano, già presente nei programmi festivalieri internazionali (anche a Cannes) con cortometraggi di valore. La sua “guerra” di cui descrive il “dopo” si chiama senso di colpa, ferita aperta, rimosso ingombrante sul post terrorismo politico italiano. Quello tra fine anni ’70 e gli anni ’80, fra attentati e stragi su treni, stazioni, luoghi di frequentazione pubblica. “Tu che ne sai” mi ripetevano tutti, essendo io ancora bambina negli anni più bui: ricordo le notizie in tv, i genitori che mi mettevano in allerta su cosa non fare, dove non andare… nel tempo ho iniziato a farmi domande e dopo tanto tempo mi sono sentita pronta di estendere queste domande in un film”. Pellicola a sfondo politico ma intimamente umana nel suo indagare le conseguenze psicologiche e fisiche dei famigliari dei “colpevoli”, Dopo la guerra si concentra sulla figura di Marco (Giuseppe Battiston), ex militante di sinistra, condannato in Italia per omicidio e per questo fuggito in Francia dove la “dottrina Mitterand” gli ha permesso esilio politico, proteggendolo dall’estradizione. Attorno al 2002, tuttavia, le carte tornano a rimescolarsi e, in seguito all’assassinio di un giusvalorista nell’università di Bologna, lo stato italiano riprendere a chiedere l’estradizione di Marco, indiziato come mandante del crimine. L’uomo fugge con figlia adolescente per la Francia: ma sia la ragazza che la sua famiglia italiana d’origine pagano il pegno di una colpa ereditata, un virus endemico la cui cura sembra celarsi in un’unica soluzione. Regista e donna eroica, Zambrano non ha mai la presunzione di giudicare alcuno né di parlare di ciò che non conosce, ma anzi. Il suo film pone essenzialmente delle domande legittime per una generazione, come la propria, presa in ostaggio dal peso di tale passato, interdetta dalla contestazione giacché questa viene confusa per criminalità. “Di quegli anni rimangono aperte delle ferite e siamo un po’ tutti responsabili, almeno di farci delle domande” sottolinea la cineasta romana che dalla Francia ha ricevuto la propria “identità cinematografica” ma che non nasconde di voler fare dei film in Italia. “Questo comunque, nato in coproduzione fra i due Paesi, è un film italiano e ne sono felice”. Dopo la guerra avrà la sua premiere nazionale al Biografilm Festival per poi uscire nelle sale in autunno.

Anch’egli romano e alla Capitale italiana ancorato, benché con studi fondamentalmente anglosassoni, Roberto De Paolis esordisce con Cuori puri, romanzo d’amore e di formazione nella periferia profonda dell’Urbe. Quest’ultima vi diventa protagonista dal momento che sprigiona gli ostacoli ai due ragazzi, l’appena 18enne Agnese e il poco più grande Stefano, di stare insieme. Diversi in tutto, i due sembrano accomunati da un candore profondo: l’una nel suo frequentare la comunità cattolica integralista insieme alla madre single, l’altro nel sopravvivere alla giungla proletaria, con madre homeless e amici teppisti a campare. Lui lavora in un parcheggio adiacente a un campo Rom, altro ostacolo non da poco per tenere a bada il temperamento vivace di Stefano, pronto a reagire al primo colpo. Partorito dalla gestazione di tre anni, il film combina realtà e immaginazione filtrati sempre dal punto di vista dei due ragazzi, i cui attori hanno a lungo condiviso le esperienze costitutive i loro personaggi: Selene Caramazza (Agnese) ha sperimentato per mesi una comunità cattolica, Simone Liberati (Stefano) invece si è appostato nei parcheggi periferici e ha dialogato con diversi coetanei Rom. Ennesima opera che vede degli adolescenti al centro, Cuori puri vibra della volontà del suo regista e degli attori di aderire il più possibile al credibile, al verosimile, a una sincerità che se trascurata porterebbe il testo in direzione opposta e contraria. “Credo che diverse opere prime siano sugli adolescenti – lo constatiamo anche qui a Cannes – perché si tratta del momento più drammatico della vita e per noi nuovi autori è necessario rivisitarlo per diventare veramente adulti, per poter definitivamente chiudere quella fase della vita”. Cuori puri uscirà domani nelle sale italiane.