Dustin Hoffman, Clint Eastwood, Emma Thompson, Louis Garrel, Michel Hazanavicius, Adam Sandler, Ben Stiller. Ma anche i “nostri” Sergio Castellitto, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi e tutto il cast di Fortunata. Ecco l’infuocata domenica di Cannes 70, così ricca che l’ubiquità non basterebbe a chi vi è presente. A meno di 24 ore dall’ordine di evacuazione dal Palais du Festival – causa borsa abbandonata solitaria nella Salle Debussy – sulla Croisette non ci sono neanche posti in piedi. Se l’inossidabile Clint ha dato una lectio magistralis per pochi eletti (coloro che hanno avuto accesso alla Salle Bunuel) nel pomeriggio, la mattinata ha visto sfilare i divi sopra elencati, e non solo, diversamente combinati dentro a pellicole più o meno riuscite, certamente attese.

Attese quanto l’ennesimo colpo di coda del tormentone Netflix, essendo il film The Meyerowitz Stories (New and Selected) di Noah Baumbach anch’esso prodotto dal network tv. Hoffman, co-protagonsita di un cast corale (e stellare) ha subito messo tutti a tacere: “Io a casa ho un grande schermo”, facendo intendere che Netflix va bene, basta attrezzarsi. L’indimenticabile volto de Il laureato, oggi 80enne, riveste i panni scomodi di Harold Meyerowitz, arrogante ed egocentrico scultore finito nell’oblio, ma soprattutto padre di tre figli avuti da diverse mogli. Ciascuno di loro (Sandler, Stiller, Elizabeth Marvel) si porta le ferite di una pesante mancanza d’amore genitoriale, effetto collaterale a rischio epidemia sui rispettive relazioni instabili e relativi figlioli. In un universo di accuse, proiezioni e rimozioni, si eleva il desiderio di illuminare i legami di sangue “perché siamo persone decenti”. Ma a vincere è senz’altro quell’ipocrisia imperante, di cui il regno dell’arte è peraltro terreno fertilissimo. Scritto in maniera esemplare dal talento di Baumbach (suoi gli splendidi precedenti da Greenberg a Frances-ha, a Mistress America), The Meyerowitz Stories ci porta non lontano dai Tennembaum di Wes Anderson però dentro una New York non lontana dalle atmosfere di Woody Allen.

Dall’altra parte del pianeta, nella Roma periferica e multicolor di Tor Pignattara, è invece ambientato Fortunata di Castellitto, concorrente ad Un Certain Regard ed uscito nelle sale italiane ieri. Benché “figlio” della pasoliniana Mamma Roma, il film è dichiaratamente distante da quel realismo dolente, travestendosi di colori, sapori e rumori che lo sintetizzano in pop. “È un film popolare, così intendevo partorire Fortunata” dice Castellitto che ha tratto il soggetto da un’idea nata 20 anni nell’immaginazione della consorte scrittrice Margaret Mazzantini, la quale ha anche firmato la sceneggiatura. Fortunata, resa da un’irriconoscibile Jasmine Trinca “en travesti” da sciampista “de periferia” con zeppa, canotte e minigonne attillate, è una madre single impegnata a crescere la figlioletta Barbara da sola, combattere contro i soprusi dell’ex marito Sergio (un ottimo Edoardo Pesce), violento e dispotico, badare al vicino di casa e amico d’infanzia bipolare e gay Chicano (un Alessandro Borghi dall’aspetto cristico…) e mettere da parte dei risparmi per aprirsi il proprio negozio da parrucchiera. A peggiorare il quadretto è proprio la figlia che mostra disturbi comportamentali: serve un consulto specialistico perché le sia garantito l’affidamento, scongiurando di essere lei, come madre inadatta, la causa dei disturbi di Barbara. Entra dunque in scena il neuropsichiatra infantile Patrizio (Stefano Accorsi) a sollevare il polverone di un rimosso profondissimo proprio e di ciascuno dei sopra citati. Pellicola “volutamente” eccessiva così come sgrammaticata e fuori sync, Fortunata è portato per mano da un esperto direttore di attori che non ha avuto il timore di portarli ai bordi della coscienza. Da parte loro, si sono coralmente “sentiti accompagnati in territori sconosciuti, ai limiti del rischio, ma sempre fiduciosi in lui”. Soprattuto è Jasmine Trinca ad ammettere le difficolta di affrontare un personaggio così “pericoloso”: “Sergio mi ha lasciato la libertà di cercare Fortunata dentro di me. Un personaggio senza pudori, senza protezioni, consapevole di essere sbagliata, portatrice di una grande sofferenza che magari neanche conosce a fondo. La bellezza è la sua voglia di riscattarsi come donna, al di là della sua ovvia ignoranza”.

Attraversando ancora il pianeta per atterrare qui, in Francia, si approda infine all’altro concorrente di giornata, l’atteso Le Redoutable di Michel Hazanavicius, noto premio Oscar di The Artist. L’attesa, a dirla tutta, era di vedere il fascinoso Louis Garrel “travestito” da Jean-Luc Godard, nel periodo che seguì le riprese de La Chinoise. Il film, purtroppo non all’altezza e alquanto superficiale rispetto alla portata del soggetto intrapreso, si ispira al libro autobiografico di Anne Wiazemsky, all’epoca giovane moglie del grande maestro della Nouvelle Vague e nella pellicola interpretata dalla bella e brava Stacy Martin. A salvarsi è proprio lui, Louis/Jean-Luc tanto irritante da divenire irresistibile. Premio al miglior attore per Garrel jr? Lo meriterebbe, almeno per ora.