In questo momento storico non è per niente facile identificare e misurare il danno prodotto dalle pure falsità che circolano in rete e che nutrono odio e razzismo. Attraverso il nostro blog, vogliamo tra l’altro raccontare storie che per noi sono volti e incontri autentici. Conoscerli può aiutarci ad aprire porte e finestre. Abbiamo bisogno di un po’ d’aria con questi tempi soffocanti. Non certo di alzare muri.

È con forte preoccupazione, ma anche con l’ottimismo della volontà che sabato 20 maggio parteciperemo a “Milano senza muri”, la mobilitazione che attraverserà la nostra città. L’ottimismo – che ricaviamo da oltre 40 anni di esperienza nel settore dell’accoglienza – ci porta a dire che un gioco a somma positiva sul tema dell’immigrazione, capace di coniugare sicurezza e accoglienza, è possibile.

Ma torniamo alle storie. La prima tra quelle che vogliamo raccontare è quella di Marisol. Una storia d’immigrazione diversa da quelle di chi arriva oggi a Milano, una storia meno drammatica – potrebbe obiettare qualcuno – perché non racconta di chi scappa dalla guerra o di chi si imbarca per un viaggio della speranza. È una storia che racconta pur sempre della partenza da un paese lontano, dei motivi che spingono ad abbandonare paese d’origine e affetti, delle mille difficoltà e della speranza di poter ricominciare da un’altra parte una vita migliore.

Attenzione quindi a dire, anche solo a pensare, che quella di una separazione e un ricongiungimento, del diritto di un minore a stare con la propria madre, non sia una storia drammatica. Sarebbe un po’ come dire che qualcuno ha il diritto di decidere come qualcun altro deve venire e, nei casi peggiori che conosciamo, persino come deve morire. Se volete, è un po’ come chi dice: “non sono razzista ma…”, senza rendersi conto della gravità dell’affermazione. Per noi, voci come quella di Marisol non possono essere ignorate se vogliamo che il sistema di accoglienza diffusa nel nostro Paese non si sgretoli definitivamente. Queste voci possono davvero aiutarci a vivere in una città senza muri. Se Marisol è riuscita a raccontarsi è perché qualcuno si è fatto carico della sua richiesta: è perché, in fondo, Marisol si è sentita accolta.

La storia di Marisol:

A 14 anni ho lasciato il Perù, dove vivevo coi miei nonni, per raggiungere l’Italia e ricongiungermi con mia madre, arrivata a Milano più di tre anni prima di me. Non è facile raccontare l’esperienza del ricongiungimento con mia madre. Non ci vedevamo da molto tempo, siamo state a lungo lontane prima di poterci rincontrare. Per me il momento del ricongiungimento era carico di aspettative, arrivavo da un paese lontano e sapevo che c’era qualcuno di importante che mi aspetta in Italia: mia madre.

Prima di partire è tutto diverso. M’immaginavo di riprendere dall’ultimo saluto; poi ti accorgi che è passato troppo tempo. Sì, ci siamo sentite tante volte al telefono con la mamma, ma non è la stessa cosa. Tanta voglia di rivedersi, anni ad aspettare i documenti e poi all’improvviso ti dicono che è tutto pronto e devi partire, anche se non sei pronta. Che fai? Lasci e parti. Lasci la famiglia, gli amici, il fidanzato. La tua vita intera. Mi verrebbe da chiedere a mia madre se lei, al mio posto, l’avrebbe fatto. Sembra scontato, vi assicuro che non lo è.

All’arrivo in Italia ho dovuto fare i conti con tante promesse disattese. Quando ero in Perù, al telefono mia mamma mi diceva che avremmo passato più tempo insieme, che avrei imparato facilmente l’italiano, che lo studio in Italia valeva di più che in Perù. E poi che avrei fatto amicizia velocemente, che questo è un paese più sicuro del nostro. Ora che sono qui mi rendo conto che quello che mi diceva era diverso da come me l’ero immaginato.

In Perù andavo bene a scuola. Sono arrivata qui e ho fatto tanta fatica per non essere bocciata. Pensavo che la scuola italiana fosse come a casa. È stato difficile scegliere la scuola superiore: troppi indirizzi diversi, troppe materie. Non sono riuscita a orientarmi, così, oggi frequento la scuola che ha trovato mia madre, quella vicino casa e che le hanno suggerito alcune amiche. Ma volevo fare altro. Sono brava in informatica, mi sarebbe piaciuto continuare a studiare informatica e andare all’Università. Chissà!

All’inizio, in classe, il mio stato d’animo era altalenante. A volte ero emozionata dalla nuova esperienza, altre volte provavo imbarazzo perché non capivo cosa dicevano gli insegnanti. Qualche altra volta mi annoiavo e i miei compagni mi guardavano e sorridevano. Forse mi stavano prendendo in giro, mi dicevo. Molti sembravano simpatici, alcuni lo sono davvero. Cercavo di capire come comunicare, meno male che c’era un compagno del mio paese che traduceva per me. Mi ha aiutata tanto, soprattutto all’inizio. Nell’intervallo passavo tutto il tempo con lui.

Dopo alcuni mesi in Italia, ho imparato a prendere la metropolitana. Milano è grande e mia madre quando sono arrivata mi ha portato con lei a vedere tante cose. Io desideravo uscire come quando ero a casa, farlo da sola anche quando lei era al lavoro. Ma per andare dove? Mi mancavano gli amici lasciati in Perù, avevo voglia di trovarne di nuovi. A mia madre vorrei dire tutte queste cose, vorrei che anche lei si mettesse nei miei panni, visto che mi chiede sempre di farlo, ma non mi pare che provi a fare altrettanto. Forse perché non è facile mettersi nei panni degli altri.

Siamo state troppo tempo lontane e quando ci siamo ritrovate eravamo cambiate entrambe. Mia madre dopo anni da single ha dovuto ricominciare a fare il genitore; di essere madre, credo, non ha smesso mai, ha fatto di tutto perché arrivassi qui. Io devo ricominciare a fare la figlia, dopo anni in Perù coi nonni. Ora mi dico che forse dovremmo solo recuperare il tempo che abbiamo passato lontane l’una dall’altra. E litigare meno. Non ci resta che sforzarci a comunicare di più e fidarci l’una dell’altra, per ricominciare forse una vita nuova, forse una vita diversa da quella che abbiamo immaginato finora.