E’ legittimo ovviamente nutrire diverse opinioni sulla Rivoluzione bolivariana. C’è chi la critica, ritenendo che i Venezuelani stessero meglio quando stavano peggio, cioè al tempo dei partiti asserviti a oligarchie e Stati Uniti e non vedono l’ora di chiudere la parentesi chavista, che dura ormai da quasi vent’anni. E c’è invece chi continua a sostenerla e ritiene anzi che ne sia necessaria un’ulteriore radicalizzazione all’insegna dello sviluppo dei principi della Costituzione del 1999, la quale peraltro contiene anche alcuni articoli (347 ss.) sui quali si discute molto in questi giorni, secondo i quali una serie di soggetti (Presidente della Repubblica, due terzi dell’Assemblea nazionale, due terzi dei Consigli comunali, quindici per cento del corpo elettorale) possono procedere alla convocazione di un’Assemblea costituente per trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e scrivere una nuova Costituzione (elementi non suscettibili di revisione: valori, principi e garanzie democratiche; diritti umani). Forse potrebbe essere la strada adeguata per superare l’attuale impasse istituzionale, che è ricca di incognite e di interrogativi. Ma è questione che riguarda il popolo venezuelano in tutte le sue parti.

In genere la critica è molto forte da parte di anticomunisti, fascistoidi e seguaci irriducibili del neoliberismo. Non mancano altri critici che a volte indicano punti su cui sarebbe importante avviare una riflessione. Pur nella diversità delle opinioni si dovrebbe tuttavia, convergere su alcuni elementi.

In primo luogo impegnarsi per allontanare la prospettiva di una guerra civile che sarebbe disastrosa per tutti. Una nuova Siria in piena area latinoamericana non conviene certo a nessuno, a cominciare ovviamente dal popolo venezuelano, in ogni sua parte. Eppure non v’è dubbio che ci sono forze, all’interno dell’opposizione venezuelana, che puntano ormai apertamente a questo obiettivo. Prova ne sia il ricorso sempre più frequente alla violenza aperta nelle piazze e agli assassinii terroristici selettivi di quadri del Psuv (partito chavista). Vanno quindi sostenuti gli sforzi di Papa Francesco, il quale in un recente intervento ha affermato che esiste una netta divisione all’interno dell’opposizione. E’ chiaro come tale divisione costituisca oggi l’ostacolo principale alla continuazione del dialogo, visto che non esiste un soggetto responsabile cui far riferimento da parte del governo per farlo avanzare. Ed è altresì chiaro che l’opposizione non può certo pretendere di far finta di dialogare con una mano, acutizzando lo scontro violento con l’altra.

Il secondo elemento sul quale dovrebbe esserci convergenza generalizzata è poi quella della richiesta di informazioni obiettive e veritiere. Il fronte dell’informazione diviene sempre più importante nel mondo dominato da Internet e social media, ed è chiaro che questa battaglia, per quanto riguarda il Venezuela, è stata finora vinta dall’opposizione, sia per proprie maggiori capacità in materia, sia per le ampie ed estese complicità di cui gode in seno alla stampa internazionale. Né va dimenticato che le agenzie statunitensi stanno riversando ingenti finanziamenti sui media più inclini a dare della situazione l’immagine che conviene a Washington.

Se è vero che in guerra la prima vittima è la verità, in questo caso sembra proprio che annientare la verità sia una condizione preliminare per passare alla guerra. Da questo punto di vista la situazione è disastrosa soprattutto per la responsabilità, denunciata a chiare lettere dal premio Nobel per la pace Perez De Ezquivel, dei mezzi di informazione che diffondono bufale e fake news a tutto spiano, dando della situazione un’immagine falsa e artefatta. Una delle tecniche più frequentemente usate a tale fine è di attribuire tutti i morti (molte volte chavisti o passanti, ma anche persone morte in incidenti) alla responsabilità del governo, per far montare un clima di odio e indignazione che giustifichi l’intervento militare esterno che da tempo si va preparando.

L’Oscar del peggiore, quantomeno nell’accidentato panorama della stampa italiana, va al quotidiano Repubblica, il quale ha “venduto” ai suoi lettori come “vittima del regime” un giovane leader studentesco chavista ucciso dall’opposizione di destra. Il suo nome era Juan Bautista Lopez Manjarres, era un dirigente studentesco chavista ed è stato ucciso due volte, la prima dalle squadre della morte dell’opposizione, la seconda dal principale quotidiano italiano, che ne ha insultato e adulterato la memoria, sostenendo che era un seguace di coloro che lo hanno ucciso. Ovviamente non ci si può certo aspettare che La Repubblica presenti le sue scuse ai suoi lettori e alla famiglia del giovane ucciso. Ma io voglio chiederle ugualmente.