Chiamatelo pure “Circolo Coni-Aniene”. Nel 2013 era l’outsider perfetto, il presidente ricco e famoso di un circolo influente della Capitale che si era messo in testa di conquistare il Coni. Oggi Giovanni Malagò è il numero uno dello sport italiano. In senso assoluto: dal pallone al golf, non si muove foglia senza il suo consenso o almeno un suo parere. Il Foro Italico è diventato casa sua e della cerchia dei suoi più fidati consiglieri, una sorta di grande succursale dell’Aniene, da cui è nata e si rinnova l’era Malagò. Un potere quasi regale, che non prevede opposizioni. E durerà (almeno) per altri quattro anni, visto che il consiglio nazionale lo riconfermerà praticamente all’unanimità alla guida del Comitato Olimpico.

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, LA FERITA DI ROMA 2024 – Le elezioni di giovedì 11 saranno una pura formalità per il presidente uscente e entrante del Coni: Malagò corre senza sfidanti veri, a parte il carneade Sergio Grifoni, dirigente che viene dalla disciplina associata dell’Orientamento, candidato di bandiera che certo non potrà impensierirlo (anzi, gli toglierà pure il fastidio della candidatura unica, che già gli stava attirando qualche critica politica). Un altro quadriennio al comando dello sport italiano, dopo che il primo si è chiuso con un bilancio in chiaroscuro. Dal suo punto di vista, Malagò può dirsi soddisfatto: “Molte delle cose promesse sono state realizzate”, ha spiegato a Il Fatto.it. A partire dalla riforma della giustizia sportiva, forse l’atto più importante del suo primo mandato: ha snellito i tempi di indagini e processi, uniformato la situazione nelle varie Federazioni, abolito l’Alta Corte di giustizia e il Tnas per creare il Collegio di garanzia, una sorta di cassazione dello sport. Un primo passo che però non ha certo risolto tutti i problemi, come testimonia l’alto numero di contenziosi nell’ultima tornata elettorale e i casi ancora pendenti (dalla canoa alla scherma, dalla danza al pentathlon) nel giorno del voto: la giustizia endofederale resta nelle mani dei presidenti, mentre la super procura del Coni fa il bello e il cattivo tempo.

I risultati sportivi, invece, sono stati buoni. “È la cosa di cui più vado fiero: se facciamo bene, nonostante tutti i limiti del sistema-Paese, lo dobbiamo al Coni”, dice. Ed in effetti a livello di base i numeri della pratica sportiva sono in crescita. A livello di vertice le Olimpiadi di Rio 2016 sono state un successo, le prospettive verso Tokyo sono incoraggianti e anche nei Giochi invernali di Pyongchang 2018 sarà difficile far peggio di Sochi (dove chiudemmo con zero ori). Ma inutile dire che tutto il primo quadriennio era stato incentrato sulla candidatura di Roma 2024. Un sogno che si è infranto sul no di Virginia Raggi. Malagò si consola rivendicando “l’accresciuto prestigio a livello internazionale” e preparandosi a ospitare la sessione Cio 2019 (a Milano, ovviamente, lontano dal Movimento 5 stelle). Ma quella resta una ferita aperta per il bilancio della presidenza Malagò, e probabilmente lascerà una cicatrice anche sul secondo mandato.

SENZA OPPOSIZIONE – Più che per i risultati, però, per ciò che è stato fatto o non è stato fatto, la guida di Giovanni Malagò al timone del Coni è così salda per le sue amicizie, la capacità di alzare il telefono e risolvere ogni problema. Nel 2013 aveva vinto per una manciata di voti e si pensava che avrebbe fatto fatica a governare un movimento spaccato a metà. Invece ne è diventato il dominus incontrastato. Basti pensare che Gianni Petrucci, il suo predecessore e grande sconfitto delle urne insieme al suo “delfino” Pagnozzi, oggi è uno dei suoi più accaniti sostenitori. L’unico “nemico” (almeno di quelli dichiarati) era e resta Paolo Barelli, presidente della Federazione Nuoto. La loro rivalità è una vera e propria guerra giudiziaria che risale ai tempi dei Mondiali di nuoto di Roma, e si trascina tra guanti di sfida e carte bollate: Barelli ha provato a far decadere Malagò, Malagò ad impedire la rielezione di Barelli. Finora è sempre finita pari e patta, nel senso che ciascuno continua ad essere intoccabile nel suo impero. Qualcuno ha anche provato a far candidare Barelli alla presidenza, per dare un’alternativa a chi in questo nuovo Coni non si riconosce, o provare perlomeno a mettergli i bastoni fra le ruote.  Lui ha declinato, almeno per il momento. Troppo forte oggi Malagò, e non solo per il consenso che è riuscito a costruirsi attorno: il Coni è semplicemente diventata casa sua.

IL NUOVO CONI “ANIENIZZATO” – Barelli è stato anche il primo a parlare di “anienizzazione” del Coni. Ed in effetti uno dei fenomeni più interessanti dell’ultimo quadriennio è stata la trasformazione del Foro Italico in una sorta di grande succursale del Circolo da cui nasce l’epopea Malagò. I due ambienti sono canali comunicanti, che condividono nomi, competenze, incarichi. Il segretario generale del Coni, Roberto Fabbricini, non è altri che il fratello di Massimo, nuovo presidente del Circolo. Stessa appartenenza degli altri due uomini-chiave della macchina amministrativa di Palazzo H: il capo di gabinetto Francesco Soro e il vicesegretario nonché capo della preparazione olimpica Carlo Mornati (il “leghista” portato in ticket da Malagò per assicurarsi i voti della Lega Nord, come rivelato da alcune intercettazioni dell’indagine “Breakfast), entrambi a contratto per 216mila euro lordi l’anno di retribuzione complessiva. Salvo sorprese, un “anienista” di secondo pelo sarà anche il prossimo vicepresidente del Coni: Franco Chimenti, grande capo del golf, che con Malagò condivide non solo il progetto Ryder Cup. Insieme ad Alberto Miglietta, altro presidente di Federazione che rientra nella stretta cerchia dei fedelissimi, a cui sono state affidate le chiavi della cassa: per mantenere la carica di amministratore delegato della Coni Servizi ha ceduto anche la guida della Federazione Badminton, facendosi però nominare suo presidente onorario. Ma l’elenco è lungo: la ragnatela Aniene affonda le radici anche negli uffici della procura (almeno un paio dei procuratori nazionali alle dipendenze del generale Cataldi provengono dal Circolo), nel settore contabile dei revisori dei conti o della vigilanza, negli organi di giustizia e nelle tante consulenze legali.

Così si potrà ben immaginare quanto sarà costato a “Giovannino” (come lo chiamano i suoi amici) dover abbandonare la presidenza dell’Aniene, proprio a causa di quel legame a doppio filo col suo circolo d’origine, sempre rivendicato con orgoglio e invece diventato fonte di imbarazzo in occasione della positività al doping di Niccolò Mornati, fratello del suo braccio destro Carlo. Negli scorsi mesi il presidente ha mantenuto la parola data, e per rimuovere le accuse di conflitto di interessi ha passato la mano. Tranquilli, solo “pro forma”: lui ha mantenuto la carica onoraria, girando la presidenza a Massimo Fabbricini, fratello di Roberto. È il cerchio che si chiude: Malagò non avrebbe mai abbandonato il suo circolo. Ne ha solo trovato uno più grande di cui occuparsi.

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