Con un DJ-Set così avrebbe vinto anche Benoit Hamon. Il coté comunicativo del neopresidente della repubblica francese, Emmanuel Macron, è il trionfo della cultura liquida post-ideologica. Soprattutto nella notte della vittoria. Proprio quando l’attesa del Macron vincitore ha trascinato la folla in balli e canti modulati sulle note global da Rihanna a Sia. Il campo in cui si vince la battaglia politica oggi delle masse è un patrimonio di spunti culturali aggregatori generali e non più particolari. A confronto l’appoggio degli Wilco a Obama è preistoria radical chic, il supporto di Madonna a Hillary Clinton un livoroso convegno di prepensionate progressiste. Macron ha vinto proprio nel sottrarsi dalla categorizzazione ideologica tipica del Novecento europeo, fino addirittura a farla scomparire. La sintesi pop da playlist riconoscibile a Calcutta come a Città del Capo è sovrana. Altro che il “sovranismo” afono e local della signora Marine. Per lei, al massimo, ci sono un sacco di selfie dell’ultima ora, tra bancarelle e operai licenziati, precipitato di un mondo che sembra (sottolineo il “sembra” per onestà morale e politica) apparire solo in quelle istantanee e non più sugli Champs Elysees dove si è ritrovato un mondo di gioventù diffusa al ritmo del mix di DJ Macron, il David Guetta della politica francese.

Nel fluire rapido delle campionature di Cris Cab, Richard Orlinski, dei Magic System, del DJ Michael Canitrot, la danza sfrenata dei macronisti si è definitivamente “spoliticizzata”. Il cantautore dal messaggio facile è bandito. Non funziona più. Nostalgia canaglia. Il capopopolo all’Eliseo da oggi vive di disimpegno culturale. Vedere il racconto di una qualche epoca di battaglia sociale e politica amplificata dalle note di una chitarra, magari unplugged, sarebbe roba di quel Novecento che va archiviato in fretta. Agli occhi di un ventenne parrebbe alquanto stupido festeggiare con così triste mestizia. L’ha capito il candidato che aveva fatto il pieno di supporti “engagé” al primo turno. Jean-Luc Melenchon si era portato dietro l’entusiasmo di attori e attrici come Richar Boringer, Jean-Pierre Darroussin, Jacques Weber, Céline Sallette, e perfino l’endorsement delle star hollywoodiane antisistema come Mark Ruffalo e Danny Glover. Niente da fare. Il meeting di Bercy di metà aprile scorso, una leopoldina senza frigoriferi, scrivanie e luci Ikea sul palco, là dove Macron ha tirato la volata contro gli avversari non poco agguerriti è stato una lezione di understatement artistico culturale degno di qualche pagina di Machiavelli. Zero glamour dai grandi nomi, qualche volto noto della tv, un’anziana attrice come Line Renaud che (sia detto fuor di battuta) era seduta vicina alla premiere dame, Brigitte. Del resto il supporto diretto di un campione d’incassi come Dany Boon se l’è preso solo qualche giorno fa con il Front National alle porte.

Se si eccettua infine quell’Inno alla Gioia di Beethoven fatto risuonare all’arrivo di Macron al Louvre per l’incoronazione, corpo estraneo musicale del mood under 35, qualcosa di più vicino ad un cucchiaino di olio di ricino o ad un sinistro riflesso orwelliano, la serata post ideologica del giovanissimo vincitore si è conclusa emblematicamente in quel “quarto stato” hypster presentatosi alla fine del suo discorso sul palco. Via la parata di figli annoiati di Trump, addio alla famigliola felice di Barack, Michelle, Sasha e Malia. Di fianco e alle spalle di Macron è apparso un variopinto gruppo di lavoro modello start-up tra cui svettava un tizio modello Michael Moore con un cappellino da camionista Usa tutto giulivo con bandierina tricolore e t-shirt bordeaux. Un perfetto emblema post ideologico del macronismo che, proprio là dove i nostri nonni sarebbero trasaliti di tanto mancato rispetto per i lavoratori perfino su un palco operaista del PCI, e lì dove non sarebbe arrivato nemmeno le bandana di Bruce Springsteen, Emmanuel, classe ’77 da Amiens ci ha piazzato l’asso di bastoni. Come si suol dire: chapeau!