Può essere sconcertante sapere che nello stesso nucleo familiare si annidino soggetti dediti ad attività terroristica. Said e Cherif Kouachi erano due fratelli franco-algerini di 32 e 34 anni, votati alla causa jihadista nell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Cherif, era stato arrestato nel 2008 e condannato a 3 anni di prigione, di cui 18 mesi con la condizionale, in quanto componente di un gruppo che inviava combattenti estremisti in Iraq. Nel quadro di quell’inchiesta, alcuni componenti del gruppo avevano ammesso di aver fomentato dei progetti di attentato, ma senza metterli in atto. Scontata la pena, Cherif e il fratello avevano fatto di tutto per farsi dimenticare. Said Kouachi avrebbe invece ricevuto il suo addestramento in un campo di al Qaida nello Yemen.

Tornando indietro agli attentati di Bali del 2002, che fecero 202 morti, tre dei perpetratori erano fratelli: Ali Imron, Amrozi Nurhasyim, e Ali Ghufron. Il fratello maggiore, Ali Ghufron, aveva reclutato i suoi fratelli minori prima di finire giustiziato per essere il principale organizzatore dell’attacco. Secondo il rapporto della commissione 9/11, relativa alle torri gemelle, anche 6 dei 19 dirottatori degli attacchi al cuore dell’America erano fratelli.

Sul volo 77 American airlines, i fratelli Nawaf al Hazmi e Salem al Hazmi si erano seduti insieme prima che l’aereo si sia schiantasse sul Pentagono. Molti piani terroristici si basano sulla teoria condotta da un fratello maggiore, che si occupa di convertire gli altri fratelli, soprattutto quelli più piccoli che leggono nella sua figura un importante punto di riferimento familiare. Secondo alcuni si tratta di disturbo paranoide condiviso, ovvero il soggetto A, fratello maggiore, soffre di paranoia e di disturbi che vengono condivisi con le persone che gli sono più vicine e che lo ascoltano per obblighi legati non solo all’amicizia, ma al rapporto di sangue, ovvero i fratelli.

Spesso, oltre che dei fratelli ci si serve anche dei loro amici in modo da creare un piccolo cerchio chiuso in cui inventare una sorta di proprio mondo. Insomma si parte da un jihad familiare, un attaccamento a una causa comune, un senso dell’identità condivisa ripartita tra fratelli di sangue, figli dei medesimi genitori. Uno studio condotto dalla Pennsylvania State University che ha esaminato le interazioni di 120 presunti lupi solitari ha dimostrato che nel 64% dei casi, i familiari e gli amici erano consapevoli dell’intento dell’individuo di impegnarsi in un’attività legata al terrorismo.

Il dottor Rik Coolsaet, esperto belga di terrorismo, ha riscontrato di come la parentela e l’amicizia hanno molta più importanza rispetto alla religione, alla località o qualunque altra cosa. I fratelli Kouachi o gli Abdeslam appartengono ad una generazione diversa, quella che adora il rap islamico e si fuma lo spinello, per poi professare l’integralismo e il concetto di jihad nella forma più deviata. Una generazione che si discosta spesso da quella dei loro padri e che ha stravolto anche il modo di interpretare il Corano verso una radicalizzazione votata al nichilismo e alla repulsione.