Una citazione alta e nobile per introdurre l’argomento: “don’t say the cat is in the sac” (e per decenza ci fermiamo qui; divinità della lingua inglese, perdonateci), diceva quel saggio del calcio italiano al tempo in cui allenava l’Irlanda. Emmanuel Macron continua ad essere avanti di circa 20 punti su Marine Le Pen nella maggior parte delle rilevazioni sulle intenzioni di voto al secondo turno delle presidenziali in Francia. La fatidica domenica che abbiamo atteso per settimane si avvicina e, al momento, si ha l’impressione che non ci possano essere stravolgimenti particolari: il divario tra i due candidati si era leggermente assottigliato verso lunedì e martedì ma, dopo il dibattito di mercoledì sera da cui Macron è uscito abbastanza chiaramente meglio di Marine Le Pen, il candidato centrista ha cominciato a riguadagnare punti a spese della leader del Front National.

Già, il dibattito di mercoledì sera. Mettendo a sistema gli esiti del confronto televisivo e del sondaggio interno alla France Insoumise di Mélenchon dei giorni scorsi, Macron pare aver guadagnato vigore per la volata finale, proporzionalmente in modo decisamente maggiore rispetto a quanto l’accordo tra Le Pen e Dupont-Aignan possa favorire la candidata dell’estrema destra. Negli ultimi post, tuttavia, ho ripetutamente sottolineato che bisogna fare attenzione ai sondaggi e prenderli per quello che sono: risposte date da un campione di cittadini elettori che, a seconda dei casi, potrebbe non essere estremamente rappresentativo in relazione alla totalità e alla diversità delle opinioni di coloro che effettivamente si recheranno a votare dopo domani. Complichiamo ancora di più le cose: e se fossimo in grado di calcolare esattamente in quali circostanze Marine Le Pen, pur essendo costantemente sotto nei sondaggi, possa essere in grado di vincere comunque il secondo turno delle Presidenziali?

Non si tratta solo di una suggestione, ma di un vero e proprio range di ipotesi teorizzate dal sociofisico di SciencesPo Serge Galam, già profeta – grazie ad un simile modello statistico – della vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti lo scorso novembre. La teoria è fondata e interessante: c’è una forte relazione tra affluenza alle urne e performance dei candidati nei sondaggi d’opinione pre-voto. Il candidato B, in svantaggio secondo i sondaggi, potrebbe ancora essere in grado di vincere le elezioni nel caso in cui, proporzionalmente rispetto all’affluenza alle urne delle persone che attualmente hanno intenzione di votare per il candidato A, riuscisse a raggiungere una percentuale di voti reali espressi dai suoi supporter (sempre rispetto alla percentuale di coloro che affermano di voler votare tale candidato) così alta tale da farlo risultare comunque, alla fine, vincitore della competizione. Sembra complicato? Se “sì”, non vi biasimo. Per questo motivo ho raggiunto Serge Galam per avere qualche chiarimento sul funzionamento del modello – e sulle probabilità che la sua teoria si avveri, di conseguenza.

Facciamo un esempio pratico, attraverso le parole del ricercatore: “Supponiamo che l’affluenza alle urne finale per il secondo turno sia del 79%. Se, ad esempio, al momento i sondaggi suggeriscono che Marine Le Pen perderà il secondo turno 59% a 41%, in realtà la leader del Front National potrebbe risultare alla fine vittoriosa se riuscirà effettivamente a portare alle urne almeno il 90% di quelle persone che ora si dichiarano convinte a votare per lei, contro un massimo del 70% per Macron”. In sostanza, la sfida per Le Pen è mobilitare un numero decisamente più alto di supporter che attualmente sono dalla sua parte rispetto a Macron, e la possibilità che ciò avvenga non è così lontana: Le Pen può fare affidamento su un elettorato tendenzialmente altamente fidelizzato, i suoi sostenitori vogliono che lei sia eletta e faranno il possibile affinché ciò avvenga; Macron, invece, ha dalla sua una responsabilità e un compito diversi, che si sintetizzano nel dover riuscire con successo a convincere i sostenitori di Fillon e alcuni riluttanti supporter di Mélenchon a scegliere lui, nonostante le differenze e i contrasti che hanno caratterizzato la campagna elettorale del primo turno.

“Dobbiamo partire da un principio, molto elementare: esprimere un’intenzione di voto non è la stessa cosa come esprimere un voto reale – afferma Galam – ma chi vuole votare Marine Le Pen andrà effettivamente a votare per lei”, assunto confermato dalla natura diversa degli elettorati (reali e potenziali) dei due candidati a confronto. La conclusione è che un numero più basso del previsto di elettori alle urne domenica potrà molto probabilmente sfavorire Macron, quindi occhio ai dati sull’affluenza alle 12 e alle 17: parte della partita si deciderà lì. Se il leader di En Marche non sarà riuscito a convincere della scelta i francesi, alla fine, votare “turandosi il naso” per un candidato solo ed esclusivamente per evitare la vittoria dell’altro potrà non essere abbastanza.