Non ha scelto un titolo a caso Gianni Amelio per il suo nuovo film: La tenerezza è, infatti, un leitmotiv delle sue opere. Basta citare Il ladro di bambini o Le chiavi di casa per rendersi conto dell’importanza che il regista calabrese riserva a questo sentimento. Questa volta la storia (tratta dal libro di Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici) è ambientata tra gli scorci di una Napoli ben fotografata da Luca Bigazzi, e vede protagonista un ruvido e scontroso ex avvocato alla prese con conflitti e lacerazioni famigliari.

La trama non si può svelare troppo, il rischio spoiler è altissimo. Vorrei però fare alcune considerazioni sulla scelta degli attori, perché credo che troppo spesso il cinema italiano si metta al servizio dei suoi interpreti e non viceversa, con il risultato di farsi cavalcare dalla loro stucchevole vanità. A parte Renato Carpentieri, indiscusso protagonista, che giganteggia nel suo “non recitare” e quindi nell’essere perfettamente credibile e a suo agio nel suo personaggio, gli altri si limitano ad interpretare loro stessi. Micaela Ramazzotti fa la Ramazzotti e ripropone il suo repertorio con l’atteggiamento sopra le righe e disincantato da pazza gioia. Elio Germano fa il Germano in salsa triestina, tutto concentrato a dare il meglio di sé per risultare più efficace nella sua difficile e delicata performance recitativa. Giovanna Mezzogiorno fa la solita Mezzogiorno, straziata e sofferente. Insomma i personaggi di Michela, Fabio ed Elena scompaiono per lasciare spazio a Micaela, Elio e Giovanna. Capisco le esigenze di produzione, ma qualche volta un po’ di coraggio non guasterebbe.

Risultano convincenti al contrario, forse perché più rilassati a non voler strafare, gli interpreti secondari. Una emozionante Greta Scacchi, protagonista di una drammatica scena che scava nei ricordi, e una più che onorevole Maria Nazionale che si muove con disinvoltura nella cornice kitsch a lei riservata. Per il resto, a mio avviso, il film fatica a decollare: non ho trovato quello slancio che mi svegliasse dal torpore narrativo, e appare tutto scontato come una delle frasi finali: “La felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare. Tornare, non andare”.

Immancabili sono la scena madre sotto il diluvio, il bambino sveglio e impertinente più saggio del nonno, nonché l’utilizzo di una regola culinaria come metafora di vita (“il riso suca, assorbe”). A volte però, quelle che appaiono frasi ad effetto buttate lì a caso, si trasformano in spunti di riflessione come: “Nella vita tutto quello che facciamo è per farci voler bene”. E forse qualcuno, assistendo a questo film, potrebbe ritrovarsi o interrogarsi sulle cose che davvero contano, sull’importanza di non negare le proprie fragilità e sul coraggio di fare un passo indietro, mettendo da parte l’orgoglio per offrire la propria tenerezza.