“Quello di Zuccaro mi sembra più un intervento politico che giudiziario. E lo dice anche lui, anche se surrettiziamente. E’ un intervento fuori dal suo ruolo nella maniera più assoluta. Di solito, c’è qualche conferenza stampa quando c’è una prova concreta. In questo caso, da parte di Zuccaro c’è un battage pubblicitario sul niente, sul nulla“. Lo dichiara ai microfoni di Radio Radicale Giuseppe Di Lello, uno dei quattro giudici istruttori dello storico pool Antimafia di Palermo, insieme a Falcone, Borsellino e Guarnotta. Zuccaro commenta con toni critici le affermazioni rilasciate in varie interviste dal capo della Procura etnea Carmelo Zuccaro sulle responsabilità di alcune Ong sul traffico dei migranti: “Credo che non si possa addirittura parlare di una inchiesta che è in corso come una quasi certezza. Penso che sia al di fuori delle regole ‘normali’ di comportamento“. E, in particolare, si sofferma sulle dichiarazioni di Zuccaro a Repubblica, dove il procuratore paragona le sue denunce alle inchieste di Falcone e Borsellino sulle collusioni tra mafia e politica: “La fase storica del pool Antimafia andrebbe precisata. Riguardo alle connessioni mafia-politica, non c’era affatto bisogno di denunciarle perché erano alla luce del sole. Basti pensare al ruolo di Andreotti e di Lima. Non è che i giudici di Palermo avessero bisogno di lanciare allarmi, anzi avvenne tutto il contrario. Si cercava di agire con delle prove certe e schiaccianti, non, ad esempio, con suggestioni di pentiti fasulli. Quindi, questo accostamento di Zuccaro è del tutto fuori luogo”. E chiosa: “Non posso entrare nella testa di Zuccaro, ma il suo è chiaramente un passo falso. E’ ovvio che sull’attività di alcune ong ci sarebbe da indagare, ma sempre verificando i fatti. Se si dice che non si hanno le prove, ma sensazioni, si fa un po’ un discorso alla Pasolini. Ma quest’ultimo era un poeta. Zuccaro è un pubblico ministero”