di Luigi Manfra *

Ora che il terrorismo sembra provvisoriamente placato, il problema più grave che si trova ad affrontare la Tunisia è soprattutto la disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione generale, in continua crescita negli ultimi anni, ha raggiunto alla fine del 2016 il 15,6 % della popolazione attiva, cioè 632.500 unità, di cui ben 262.000 sono giovani laureati, soprattutto donne. La prevalenza femminile nella disoccupazione intellettuale ha due cause fondamentali: una positiva, poiché le donne che si laureano negli ultimi anni sono più del doppio degli uomini; l’altra negativa, invece, espressione dalla discriminazione di genere, più o meno presente anche in altri paesi non soltanto dell’area nordafricana.

Un numero così elevato di giovani laureati senza lavoro rappresenta un grave depauperamento di quello che viene definito il capitale umano perché con il passare del tempo, alcune conoscenze tendono a diventare obsolete mentre altre vengono perse a causa del mancato utilizzo. Non essere occupati produce, quindi, effetti gravi sia sugli individui che si sentono defraudati dopo un lungo tirocinio scolastico, sia sulla società nel suo complesso che all’istruzione dedica rilevanti investimenti pubblici. Da un punto di vista economico è come se una azienda avesse acquistato macchinari e poi li lasciasse inutilizzati rendendoli via via obsoleti.

Naturalmente il danno è maggiore quanto è più elevato il livello di studi raggiunto e in Tunisia sono proprio i laureati a soffrire maggiormente la mancanza di lavoro. Dai dati più recenti emerge che la disoccupazione giovanile colpisce soprattutto loro piuttosto che i giovani con un istruzione più modesta.

La disoccupazione intellettuale, quindi, non è solo all’origine dei movimenti sociali e politici che hanno portato alla caduta di alcuni regimi arabi, fra cui quello tunisino, ma anche a pesanti conseguenze sul sistema produttivo riducendo le sue possibilità di innovare e di contribuire alla crescita economica. Il modello di sviluppo perseguito dalla Tunisia ha conosciuto radicali cambiamenti nell’ultimo decennio per effetto della globalizzazione e della liberalizzazione degli scambi.

Innanzitutto si è avuto un ridimensionamento dell’attività economica del settore pubblico con una riduzione del numero degli occupati, inoltre, una elevata concorrenza internazionale ha costretto le imprese tunisine a ridurre costi ed occupazione per restare sul mercato. Gli effetti di questa svolta sono stati un contenimento dei salari ed una crescita del settore informale dell’economia particolarmente diffuso delle regioni più povere da sempre marginali nell’economia del paese. Infatti la fragilità del tessuto economico tunisino è testimoniata dal perdurante dualismo tra il nord, le coste, quest’ultime beneficiate dal turismo quest’anno in leggera ripresa, e le regioni del sud e dell’ovest sempre più trascurate dal governo centrale.

Il sistema produttivo vede una presenza preponderante di piccolissime imprese che effettuano pochi investimenti e richiedono manodopera con scarsa qualificazione mentre le imprese con più di dieci dipendenti, secondo il ministero dell’Industria, sono appena 5528, di cui 1660 di proprietà estera soprattutto francese e italiana, ed impiegano poco più di 500.00 addetti su circa 4 milioni di occupati.

Molte di queste imprese esportano la gran parte dei loro prodotti in Europa perché svolgono lavorazioni ad alta intensità di lavoro, prevalentemente nel settore tessile ed abbigliamento, che grazie ai bassi salari, vengono realizzate in Tunisia, per poi essere inviate alle imprese europee che chiudono il ciclo produttivo con il proprio marchio. Negli ultimi anni anche gli investimenti diretti delle imprese europee si sono ridotti per il timore dell’ instabilità sociale ancora presente, testimoniata tra l’altro dal dilagare degli scioperi che nel 2016 hanno caratterizzato il quadro politico del paese.

Quello di cui avrebbe bisogno la Tunisia, ma che ad oggi non è in grado di avviare, è un processo di sviluppo autosostenuto capace di assorbire manodopera soprattutto quella con un alto livello di istruzione. L’obiettivo che il governo dovrebbe perseguire è, quindi, l’ampliamento del mercato interno con misure rivolte a rafforzare l’offerta di lavoro e gli investimenti privati per rendere più efficiente la struttura produttiva del paese. Sarebbe questo anche un modo per rispondere alla domanda di lavoro e di giustizia sociale che emerge dalle lotte dei giovani tunisini.

* Responsabile Progetti economico-ambientali per Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma