La versione di Flavio. Anche Briatore ha scritto un libro. Basterebbe segnalare questo dato per rimanere incantati, tanti e tali i fronti mediatici in cui il 67enne imprenditore piemontese si sta dedicando contemporaneamente in questo periodo. Ancor più stupore nasce poi dal fatto che il libro non è né il solito romanzetto lasciato nel cassetto dei box di Formula1 per anni; né la classica autocelebrativa biografia di una vita passata tra attici, denaro e belle donne. Bensì un pamphlet a tesi, un barricadero j’accuse intitolato Sulla Ricchezza (Sperling&Kupfer) che parla dei mali dell’Italia e si propone di difendere una categoria vilipesa: i miliardari. Anzi, per rimanere in tema di moltiplicazioni di pani, pesci e vecchie lire: di “billionari”. Proprio come la sua discoteca Billionaire, ora chiusa a doppia mandata sul molo di Porto Cervo.

Flavio Briatore, in collaborazione con Carmelo Abbate, costruisce quindi, novello Gaetano Mosca, un concetto largo e bistrattato dalla plebe di élite dominante, sottolineando l’importanza dei cosiddetti ricchi, e dell’odio italico riversato nei loro confronti citando una frase di Indro Montanelli che lascia stupefatti: “Quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme”. L’attonito assunto del Briatore pensiero nasce di fronte al trattamento snobistico degli “intellettuali” verso i super abbienti, quelli che spendono decine di migliaia di euro solo per un paio di scarpe: “Che Paese, l’Italia. Dall’alto di un’arroganza intellettuale diffusa, che deriva da un patrimonio storico, artistico, paesaggistico unico al mondo, si permette la sciccheria di sbattere la porta in faccia ai ricchi e di sdegnare la ricchezza. Ma intanto si arrabatta nella povertà. Un Paese arroccato sulla vetta di una presunta superiorità culturale, dall’alto della quale ama guardare il mondo. Così, finisce per etichettare come cafoni tutti quelli che hanno denaro da spendere e desiderano con quel denaro godersi l’esistenza”.

E chi sarebbero questi signori goderecci a cui viene impedito il dispendio lussuoso del proprio essere? Il principe saudita Fahd al-Saud che occupa l’intera EuroDisney per festeggiare il compleanno tra gli amati Paperino e Topolino sborsando 15milioni di euro; Roman Abramovic che ha cenato da Nello a New York spendendo 42mila dollari e lasciandone 5mila di mancia; Rihanna e il rapper Drake che in una sola sera hanno speso 17mila dollari al V Live Houston. Modesti quanto lapalissiani “esempi” che Briatore adopera come una chiave inglese nel rimontare il suo castello di considerazioni in libertà: in Italia, se questi signori (“milionari che non amano l’ostentazione ma preferiscono la discrezione”) lo chiedessero, non saremmo in grado di fornirgli alcun servizio di classe.

Alla gogna, allora, finisce l’arretratezza del Sud Italia incapace di portare a termine il Termoli Jet che in un amen avrebbe trasportato miliardari dal Molise alla costa croata e bosniaca pregando perfino a Medjugorje; o ancora le strutture extralusso che la Puglia non offre trincerata dietro ai vincoli paesaggistici e burocratici (“Ma questi soldi sono utili o no? Io li conosco questi signori vogliono tutto e subito”). Ma ce n’è anche per la Roma “inerte di oggi” che “rinuncia alle Olimpiadi”, al sistema turistico Italia per intero che non fa fruttare appieno, addirittura meno della grigia Gran Bretagna, le potenzialità turistiche tra aumento di PIL e posti di lavoro. La soluzione la dà lo stesso Briatore: “Partiamo da questa domanda banale: chi crea posti di lavoro? I ricchi, certamente non i poveri. Questo è un dato di fatto”. Quindi bisogna costruire altri Borgo Egnazia (il resort extralusso pugliese dove ha soggiornato Madonna) o ripetere la lezione dell’Aga Kahn in Costa Smeralda che ha fatto costruire  “alberghi a cinque stelle (…) totalmente mimetizzati nella macchia sarda, non certo un pugno in faccia in un panorama meraviglioso”.

Ed è un Briatore scoppiettante e a tutto tondo, quello de Sulla Ricchezza, uno che spara a zero sul capitalismo italiano (“assomiglia a una specie di club riservato ai soliti noti che si ritrovano sulle plance di comando di tutte le grandi navi italiane. E a cui si può accedere soltanto per appartenenza, obbedienza, fedeltà, cooptazione. Alla larga le capacità e il merito, che potrebbero trasformarsi in fattori di disturbo e di minaccia per i manovratori”) e che elogia i tycoon Donald Trump e Silvio Berlusconi (“E fino a quando continuerete a liquidare il fenomeno Trump o il successo di Berlusconi (ma anche di qualsiasi altro grande imprenditore) come figlio di rapporti oscuri, affari loschi, giri poco raccomandabili, sarete destinati a fallire in tutto ciò che farete”). Per contro ha la solita pancia del paese che preferisce giocare all’effimero SuperEnalotto sperando nella sorte, e che poi odia (ancora) i ricchi: “Secondo alcuni recenti sondaggi, il 76 per cento degli italiani pensa che le grandi fortune economiche siano frutto di disonestà, corruzione, evasione fiscale, immoralità. E il 73 per cento pensa che siano solo una questione di fortuna. Non è vero. È tutto falso. È un miscuglio nocivo di preconcetti e fanatismo”. L’ultimatum è dietro l’angolo, non c’è più tempo da perdere: “Se questo Paese non vuole il benessere, la crescita e la ricchezza, allora è perfetto così”.