I pappagalli modernisti, quelli che ti ripetono la giaculatoria per sentito dire sulla potenza della rete, spiegandoti che non sei sufficientemente aggiornato in materia di rivoluzione grillina del web, bisognerebbe che venissero a loro volta informati di una verità sconvolgente: i vettori del cambiamento non sono solo tecnologici, ma anche organizzativi. Difatti, se tale messaggio fosse arrivato a destinazione, ci saremmo risparmiati l’ennesimo tormentone lessicale d’appartenenza, ad opera delle pedisseque casse di risonanza del Verbo di Sant’Ilario (rimaneggiato dallo staff di linguisti asserragliati nella milanese via Gerolamo Morone): vaffa… rosiconi… click-democrazia… Ora “disintermediazione”.

Un secolo e mezzo di lotte del lavoro gettate impunemente e con disprezzo nel cassonetto della storia. Estrema superficialità o spurgo di umori reazionari?

Quanto gli ideologi a Cinquestelle chiamano “disintermediazione”; ossia taglio delle bardature burocratiche che condussero all’asfissia l’età socialdemocratica-welfariana (preparando l’avvento della controrivoluzione neo-liberista che oggi fornisce l’orizzonte culturale dei managerial-efficientisti alla Davide Casaleggio; quelli per cui “o ti adegui precarizzandoti oppure ti becchi stipendi da fame cinese”), trascura un particolare non da poco: l’atomizzazione delle moltitudini, all’insegna del thatcheriano “la società non esiste”, non è altro che l’abile tattica con cui si è messo fuori gioco il movimento operaio novecentesco. Ossia la consapevolezza che il rapporto squilibrato, in termini di risorse a disposizione e forza contrattuale, tra datore di lavoro e lavoratore poteva essere sanato nella sua prevaricatoria asimmetria soltanto grazie all’aggregazione dei molti senza potere. Un processo storico che ha incivilito la società attraverso quelle che Luigi Einaudi chiamava “le lotte del lavoro”, prima nella fase del mutualismo proletario e poi della sindacalizzazione.

Ma a Beppe Grillo e ai suoi ghost-writer il sindacato non piace, come non piaceva a Matteo Renzi, confermando la matrice piccolo-borghese della loro cultura. Dunque, non critica della rappresentanza nelle sue patologie (sacrosanta per via delle derive professionali a tendenza castale che infestano le strutture organizzative del lavoro, producendo intollerabili e costosissimi privilegi), bensì sbaraccamento dell’idea stessa di un contropotere che tragga forza dal consenso dei ceti più deboli; di quel lavoro che continua a essere una colonna portante della società, anche se la restaurazione plutocratica di questo quarantennio tende a oscurarlo come soggetto politico collettivo. Ma che terrorizza soprattutto i neoborghesi, il ceto che si è arricchito nelle praterie deregolate dell’Italia a partire dagli anni Ottanta (la stagione del CAF, il concerto Craxi-Andreotti-Forlani, del saccheggio del pubblico denaro), che se ne sentono minacciati dalle sue aspirazioni egualitarie. D’altro canto se si era tamarri allora, si resta sempre tamarri, anche se ripuliti (e magari con villa sulla collina vip ai confini di Genova).

Visto che si continua a parlare e sproloquiare di democrazia, si dovrebbe avere ben chiaro il concetto liberale che questo modo di “fare società” si basa sulla dinamica (spesso conflittuale) della competizione tra soggetti e interessi. Il suo contrario è l’autocrazia, in cui qualcuno – Uomo Forte o Garante – decide per le moltitudini ridotte a greggi di pecoroni. All’insegna del “fidatevi”. Un diktat subliminale che si accompagna allo sbaraccamento di ogni corpo intermedio; anche stavolta in singolare simmetria con il fallimentare riformismo renziano (e i maldestri tentativi di normalizzazione del ventennio berlusconiano). In un paese dove l’egemonia della cafonaggine neo-borghese diventa devastazione civile.