“Io sono un delinquente, non un predicatore buono”. Guai mai a fraintendere il ruolo nella letteratura italiana fin de siecle di Mauro Corona. Il montanaro guru esistenziale ed esistenzialista che è diventato, dopo aver pubblicato decine di libri, sembra sempre più una maschera finzionale. Dietro al personaggio c’è l’uomo, l’uomo che soffre, che si dibatte continuamente su questa doppia anima professionale ed intima, sulla responsabilità morale di non ridurre l’individualità del caso personale all’aulico e poetico fluire del tutto. Prova ne è l’ultima fatica, Quasi niente (Chiarelettere), scritta in coppia con il cantautore, quasi coetaneo, Luigi Maieron. Un minuetto per due, racconto di montagna che non ha bisogno di un camino nelle vicinanze, ma solo un panorama naturale da osservare. Sfondo non contaminato, tempo che rallenta, ricordi e ferite dell’anima che emergono, parole che fluiscono con una semplicità quasi disarmante. Suddiviso in capitoletti tematici (L’arte di vivere, Misericordia, Del godersela, Filosofastri, Combattimenti, Gratificazioni, Indiani di montagna), Quasi niente, dedicato a Mario Rigoni Stern e Carlo Sgorlon, contrariamente al titolo contiene una summa “filosofica” del Corona pensiero, con Maieron a fare da sponda e rilancio.

Architrave del dialogo e del libro è questa lontana, arcaica, e nostalgicamente perduta “cultura del fare”. “Le persone un tempo sapevano benissimo cosa voleva dire rischio, stare soli, guerra, così mettevano in conto la sofferenza e contemporaneamente si allenavano alla realtà, non la ingabbiavano in ipotetiche possibilità astratte”, ricorda Maieron. “C’erano dissidi, dissapori, durezze, anche violenze, ma si cercava di praticare al meglio il buon vivere. Un bambino veniva educato al saluto, al rispetto per i vecchi, a dare del voi, a cedere il passo, ad alzarsi in chiesa per lasciare il posto all’anziano” – aggiunge Corona -, “Venivi educato al rispetto perché rispettando gli altri saresti stato meglio anche tu”. L’eco della parole dei due autori arriva da quelle valli di montagna che nello spopolarsi quantitativamente di abitanti, mostrano paradossalmente il loro più reale scheletro storico, le loro radici più antiche. Si spostano a piedi e in auto, Corona e Maieron, si siedono al tavolino di un bar, vanno a far visita ad un amico che non c’è più dalle parti del Vajont, terra coroniana di nascita e di crescita turbolenta, vigliacca e formatrice. “Devo dire grazie a mio padre che mi ha abituato a perdere a forza di legnate, perché non solo mi sentivo sconfitto da bambino, le prendevo anche”, scrive Corona. “Se non colpivo il camoscio, non solo non c’era l’umiliazione di aver sbagliato mira, il farabutto mi dava anche una rata di botte. È così che ho imparato a perdere. Non è stato semplice, mi sono buttato a bere, le mie sconfitte le ho risolte nell’alcol. Ho attraversato l’inferno della bottiglia”.

E in questa ricerca dell’accettazione del fallimento e della sconfitta (“che s’impara a vivere, e a crescere davvero”) che Corona si apre. Attacca le ipocrisie altrui, come la divertente stilettata agli alpinisti che nei loro racconti non sono mai stati sconfitti “ma che sono sempre arrivati in cima”; e mostra le proprie, collegandosi ad un fatto che dopo Quasi niente diventerà cronaca del mondo letterario. “Sono stato finalista al Campiello, uno dei più prestigiosi premi italiani. Almeno qualche secolo fa lo era. Ci tenevo molto a vincerlo perché per un ertano, per uno che viene dai boschi e dalla miseria, portare il Campiello al suo paese era una forma di riscatto da una vita di merda. Ecco le aspettative. E mi avevano quasi illuso che l’avrei vinto”. Corona è questo animale letterario qui: espone il petto allo specchiarsi del lettore verso di lui, poi si trincera nuovamente nella scelta apparentemente più scontata, venata di un saggio buonsenso, ripartire dagli “insegnamenti ricevuti dagli analfabeti, da persone semplici”, perché quelli che si pigliano sul serio “dovrebbero imparare anzitutto a pensare semplice, smetterla di creare queste élite con un linguaggio che solo in pochissimo capiscono”. L’ultima stoccata nel capitolo Filosofastri è per Massimo Cacciari. Filosofo che Corona “stima assai” ma che dall’ultimo suo libro non è “riuscito ad uscirne indenne”. “Cacciari può dirmi: “perché sei un ignorante, uno che non si è preparato!”. Certo! Ma quanta umanità non è abituata a camminare su percorsi tortuosi?”.