L’iter burocratico per il nuovo stadio della Roma riparte da capo. Non proprio da zero, perché ormai un accordo stabile tra Comune e As Roma è stato trovato, e quello era il nodo più difficile da sciogliere. Ma la prima conferenza dei servizi, avviata lo scorso novembre e andata avanti per mesi tra difficoltà e indicazioni contraddittorie, si è chiusa negativamente. Ce ne vorrà una nuova per dare il via libera definitivo alla costruzione. Con un ritardo di circa un anno sulla tabella di marcia, ormai messo in preventivo da tutti, proponenti e Campidoglio. Ma anche alcune possibili insidie dietro l’angolo: la spada di Damocle dell’eventuale vincolo sull’Ippodromo di Tor di Valle, vicenda che si chiarirà nei prossimi mesi; soprattutto la richiesta (o meglio il diktat) da parte della Regione sulla “contestualità” delle opere pubbliche rispetto a quelle private. Una condizione che non è stata espressamente prevista nell’ultima delibera approvata dalla giunta Raggi, e che rischia di creare nuovi problemi al progetto. Anche perché le spaccature interne alla maggioranza, ricucite nelle ultime settimane come dimostra il sì all’unanimità da parte dell’Assemblea, sono solo sopite. E potrebbero riaccendersi alla prima difficoltà.

 ESITO NEGATIVO PREVISTO – Che si andasse verso un esito negativo del tavolo istituzionale era ormai chiaro da settimane a tutti. Anche al Campidoglio, che nonostante continuasse a sostenere pubblicamente la possibilità di rimanere all’interno dello stesso iter burocratico, sin dalla riunione decisiva di fine febbraio a Palazzo Senatorio aveva messo in conto l’ipotesi di dover ricorrere ad una nuova conferenza. “Non sarebbe la fine del mondo, del resto si tratta di un progetto molto diverso da quello varato da Ignazio Marino”, ragionava chi ha curato da vicino il dossier. La stessa posizione ribadita dal vicesindaco Luca Bergamo: “Era logico che finisse così. La conferenza si esprime su un progetto che, di fatto, non esiste più. È sopraggiunto un accordo che ha gettato le basi per una nuova versione dello stadio della Roma, quella che chiamiamo 2.0”. Il resto lo hanno fatto i documenti arrivati sul tavolo della Pisana: pochi, alcuni espressamente contrari (anche l’ultimo parere unico del Campidoglio era stato di dissenso), altri insufficienti. Una vera e propria delibera sostitutiva di quella di Marino, con i dettagli del nuovo progetto, ancora non c’è: la giunta Raggi ha approvato solo delle generiche linee guida. E infatti le opposizioni sono meno tenere rispetto al risultato della conferenza: “È l’ennesimo fallimento del Movimento 5 stelle, l’ennesimo colpo all’economia della Capitale”, attacca il consigliere Pd in Comune, Antongiulio Pelonzi.

 LE CONDIZIONI DELLA REGIONE – La Regione, però, non si è limitata semplicemente a dire “no”, rimandando il discorso alla prossima conferenza. Innanzitutto non ha lesinato critiche e frecciatine al Comune di Virginia Raggi: “Per 7 mesi Roma Capitale ha impegnato molte pubbliche amministrazioni a decifrare pareri confusi e contraddittori”, ha scritto nel comunicato l’assessore regionale alle Politiche del Territorio, Michele Civita. Ma soprattutto l’avvio di un nuovo tavolo, che Comune e As Roma si augurano avvenga nel più breve tempo possibile, viene vincolato ad una serie di condizioni. “Il proponente – si legge nella nota – avrà tempo fino al 15 giugno 2017, data ultima per l’eventuale apposizione del vincolo da parte del Mibact, per presentare le controdeduzioni, anche mediante una diversa formulazione che, mantenendo le opere pubbliche e di interesse generale e garantendone la contestuale esecuzione con quelle private, potrà determinare l’avvio di una nuova conferenza dei servizi”. Ovvero: per andare avanti ed ottenere il via libera bisogna prima risolvere il nodo del vincolo dei Beni Culturali sull’Ippodromo di Tor di Valle. E poi ci vogliono garanzie sulle infrastrutture, fondamentali per la dichiarazione di pubblico interesse e la sostenibilità dello stesso iter burocratico. Su cui invece il progetto dello stadio 2.0 (come lo definisce il Movimento 5 stelle) presenta ancora alcune zone d’ombra.

 “CONTESTUALITÀ TRA OPERE PUBBLICHE E PRIVATE” – Che le opere pubbliche saranno rimodulate rispetto al dossier originario non c’è dubbio, e le stesse parole del comunicato della Regione sembrano ammetterlo. La delibera approvata dalla giunta Raggi punta sull’allargamento della Via del mare, il corridoio Laurentina, soprattutto il potenziamento della Roma-Lido, che dovrà essere portata ad una “capienza minima di 20mila passeggeri l’ora”. Come ciò avverrà non è ancora chiaro, probabilmente nemmeno al Campidoglio che sul punto sta ancora limando gli ultimi dettagli: il nuovo progetto definitivo da parte di Eurnova dovrebbe arrivare nell’arco di una decina di giorni, per essere poi seguito da una vera e propria delibera sostitutiva da parte dell’Assemblea Comunale. A quel punto il quadro diventerà più chiaro. Di certo, però, la Regione pretende la contestualità tra opere pubbliche e private. Proprio come stabilito nel primo progetto dell’amministrazione Marino, e come invece non è espressamente previsto nella delibera approvata dalla giunta Raggi. Di questo dovranno discutere ancora Comune e As Roma. E solo dopo si potrà pensare ad una nuova conferenza: da convocare non prima del 15 giugno, da cui ripartirà il conto dei 180 giorni previsti dalla legge, che sembrano rimandare il discorso al 2018. Più o meno un anno di ritardo, nella migliore delle ipotesi.

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