Resistere è esistere. Si sta per chiudere la campagna di crowdfunding per l’edizione limitata in dvd de La Battaglia di Algeri, il capolavoro di Gillo Pontecorvo, Leone d’Oro al Festival di Venezia nel 1966, che racconta la nascita e l’affermarsi della lotta anticolonialista algerina del FLN durante la fine degli anni cinquanta. Entro il 13 aprile 2017 sul sito www.cgentertainment.it/startup dovranno essere effettuati 300 preacquisti affinché l’immortale film di Pontecorvo, scritto con Franco Solinas e musicato da Ennio Morricone, possa essere pubblicato in un prestigioso cofanetto da collezione da 500 copie. Per l’occasione oltre ai ricchi extra che ogni dvd deve sempre custodire come preziose gemme storiche (qui un’intervista di Carlo Lizzani a Pontecorvo di 52 minuti, e un booklet a cura di Lucia Pavan con approfondimenti e materiale fotografico gentilmente concesso dalla famiglia Pontecorvo) verrà pubblicato un testo (di cui il Fatto pubblica un estratto) redatto da Francesca Recchia, ricercatrice e scrittrice indipendente che vive a Kabul e si occupa di patrimonio immateriale e pratiche culturali in paesi in conflitto.

“Cambiano i termini storici, ma la sostanza resta la stessa. Gli oppressori, i fascismi, i colonialismi passati e presenti reiterano triti argomenti per perpetuare la propria esistenza e asserire un’idea immutabile di passato che confermi la legittimità del proprio privilegio”, spiega la Recchia nel suo intervento che sarà online dal 6 aprile sul sito https://kiccovich.net/. Come molti ricorderanno, infatti, il tempo filmico de La Battaglia di Algeri è racchiuso attraverso un lungo flashback tra l’ottobre del ’57, quando il colonnello Mathieu e i suoi parà circondano il nascondiglio dove Alì La Pointe, capo degli insorti della Casbah di Algeri, si è rifugiato insieme ad altri tre fedelissimi, a ritroso fino al novembre del 1954, quando Alì La Pointe, da contadino analfabeta acquisisce una coscienza di classe e inizia la sua resistenza armata antifrancese che all’epoca in Algeria durava da oltre 130 anni. “In risposta ad uno status quo ingiusto e apparentemente immutabile, la resistenza – politica, civile, disobbediente, armata – continua a vivere rivendicando il diritto all’autodeterminazione, ad un accesso equo alle risorse, alla possibilità di essere gli autori della propria storia – scrive la Recchia -, “L’Algeria del 1957 è la Palestina dell’Intifada, è il Kashmir dell’estate di sangue del 2016, è la protesta degli Indiani d’America nella Riserva di Standing Rock”.

Del film di Pontecorvo si è scritto di tutto nel corso di almeno cinque decenni che non l’hanno oggettivamente mai visto invecchiare. Negli stessi luoghi di Pepè le Moko, in quella casbah dove il bandito Jean Gabin viveva una dolorosa storia d’amore, il regista pisano mette in scena quell’idea che ha sempre definito di “autenticità” nella ripresa, una sorta di stile semidocumentaristico con tanto di sprazzi da teleobiettivo, interviste fintorealistiche del colonnello Mathieu (un surrogato altamente cinico e spietato come il vero generale Massu), e una frammentazione dell’identificazione spettatoriale in più soggetti del racconto (tra gli altri, proprio Alì – Brahim Hadjadj-, ma anche Djafar interpretato da Yacef Saadi, coproduttore del film nonché reale combattente armi in pugno in quegli anni) per rintuzzare la centralità dell’eroe senza macchia del mainstream hollywoodiano, e scrivere un nuovo corso stilistico del cinema mondiale con il coevo Francesco Rosi autore di Salvatore Giuliano e Il Caso Mattei.

 

“Ho perso più tempo a ricercare per tentativi il tono della fotografia (con l’ottimo Marcello Gatti, ndr) che non a fare i provini degli attori: protagonista decisivo del film diveniva questo clima, questo odore, questa dittatura della verità che andavamo cercando”. Verità storica che implica l’esposizione degli atti di violenza e di morte su entrambi i fronti: le bombe del FLN; come gli ordigni, le rappresaglie e le torture degli occupanti francesi. Per questo il film fu osteggiato politicamente, tra gli altri dai media francesi (La Battagli di Algeri venne visto in Francia solo nel 1971); come dalla critica tra cui la più blasonata all’epoca dei Cahiers che già a Pontecorvo non aveva perdonato la carrellata in avanti a mostrare Emmanuelle Riva suicida in Kapò, scelta che avrebbe spettacolarizzato la morte in un campo di concentramento.

Nella rievocazione di un titolo così importante del cinema mondiale, e ancor di più così culturalmente intriso fino al midollo di una necessità di essere nel qui ed ora del farsi della storia dei popoli oppressi, vogliamo ricordare due sequenze in cui due ignari algerini vengono travolti e linciati dalla folla, usati come generico capro espiatorio, come “diversi” in linea con l’analisi di René Girard. A seguito di un attentato del FLN dai balconi dei palazzi abitati da francesi arrivano urla imbestialite contro gli algerini assassini, mentre sul marciapiede siede un ignaro vecchio mendicante che impaurito dalle urla comincia lentamente a fuggire e ovviamente viene bloccato dai militari con i francesi che incitano al linciaggio. Ulteriore sequenza dopo l’attentato del FLN all’ippodromo, nel caos del trasporto dei feriti i buoni signori della tribuna vip prendono di mira un ulteriore ignaro bambino che vende brustolini calciandolo, picchiandolo, accerchiandolo, e urlandogli “algerino di merda”. La versione in 4K, presentata all’ultimo Festival di Venezia, è stata restaurata dal Laboratorio l’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna e da Istituto Luce – Cinecittà.