Era prevista dalla delega fiscale approvata nel 2012, ma tra i numerosi decreti attuativi varati dal governo Renzi quello sulla riforma del catasto non si è visto. Perché basare le valutazioni degli immobili non più sui vani ma sui metri quadri rischiava di tradursi, stando alle simulazioni, in una stangata fiscale che avrebbe scontentato gli elettori. Così l’ex rottamatore, che all’epoca scommetteva tutto sulla vittoria del Sì al referendum costituzionale, decise di puntare sull’abolizione dell’Imu e lasciar perdere l’aggiornamento delle rendite catastali. Accantonando “due anni di lavori preparatori”, come lamentato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi. Ora però il tema torna sul tavolo.

Il presidente dem della commissione Finanze del Senato Mauro Maria Marino ha infatti firmato con il collega Salvatore Sciascia di Forza Italia un disegno di legge che riprende l’articolo 2 della delega fiscale, quello che riguardava appunto il catasto. E la riforma di un sistema datato 1939, sollecitata in più occasioni anche dalla Commissione Ue, sarà inserita nel Piano nazionale delle riforme allegato al Documento di economia e finanza che l’esecutivo Gentiloni approverà entro il 10 aprile per poi inviarlo a Bruxelles. Lunedì 3 aprile il testo del ddl sarà sottoposto agli altri gruppi e, se ci sarà la volontà politica, potrà essere discusso in sede deliberante dalle due commissioni competenti (senza la necessità di passare anche per il voto dell’Aula) ed essere approvato entro la fine della legislatura.

Marino ha assicurato che sarà garantita ”l’invarianza di gettito”, vale a dire che gli introiti per lo Stato non aumenteranno. Ciò non toglie però che ci sarà “un riequilibrio del prelievo, ottenuto allineando i valori catastali a quelli di mercato”. Vale a dire che, tra i contribuenti proprietari di case, ci sarà chi ci guadagna e chi ci perde. Le abitazioni nelle zone centrali delle grandi città, spesso ancora classificate come “popolari“, vedranno salire la rendita catastale su cui si basa il calcolo dell’imponibile Imu (oggi solo sulle seconde case) ma anche delle imposte su compravendite, donazioni e successioni. Mentre quelle in periferia, anche se nuove, saranno meno colpite dal fisco. Inoltre la revisione avrà un impatto sul reddito Isee, nel cui calcolo entrano come è noto anche le proprietà immobiliari.

I decreti attuativi, accantonati dall’esecutivo Renzi per motivi politici, di fatto sono già pronti. La principale novità è che il valore patrimoniale dei circa 63 milioni di immobili italiani sarà stimato appunto non più in base ai vani ma ai metri quadri, partendo dai valori di mercato rilevati dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate e tenendo conto di posizione e caratteristiche dell’immobile. Per calcolare la rendita sarà poi applicato un algoritmo partendo dai canoni di locazione medi. Oggi, invece, si utilizza un moltiplicatore standard. La novità comporterà che, oltre alla metratura, abbiano un peso anche lo stato di conservazione della casa e i servizi pubblici disponibili nella zona. Le nuove commissioni censuarie locali, istituite nel 2015 ma mai rese operative, dovranno validare i criteri stabiliti dalle Entrate e completare l’elaborazione dell’algoritmo. Tutta l’operazione, ammesso che passi, avrà naturalmente bisogno di tempo per essere attuata. L’orizzonte indicato nel 2015 era di cinque anni.

Contro l’ipotesi di rilancio della riforma si sono già schierati Confedilizia (secondo il presidente Giorgio Spaziani Testa “la priorità del settore immobiliare non è la riforma del catasto, ma una significativa riduzione della tassazione arrivata a circa 50 miliardi di euro all’anno, in gran parte di natura patrimoniale”) e le opposizioni. Il deputato Alessandro Pagano della Lega-Noi con Salvini, che siede in commissione Finanze, ha scritto che “saranno massacrati migliaia di onesti” e “altro ceto medio diventerà povero“. Per Daniele Capezzone, deputato Direzione Italia, è “assurdo ora, a fine legislatura, parlare di riforma del catasto. Semmai, bisogna abbattere una assurda tassazione su tutti gli immobili”. Capezzone ricorda come “a suo tempo il Governo Renzi non fece tesoro della delega fiscale che avevo contribuito a scrivere, come relatore e estensore alla Camera. E lì, in quella delega, scritta tenendo conto delle sacrosante posizioni dei proprietari di immobili, non c’era il principio di una vaga invarianza di gettito nazionale ma una precisa, specifica e verificabile invarianza di gettito a livello comunale“.

Anche il dem Giacomo Portas, presidente della commissione di Vigilanza sull’anagrafe tributaria, ammette che il rischio c’è: “La riforma del catasto porti a una maggiore equità, ma non consideri la casa un limone da spremere. Serve semplificare e ridurre il carico fiscale per il ceto medio basso. Questa è la nostra sfida per avvicinarci al resto d’Europa”.