Nanni Moretti fatti da parte. Il tuo abusato “Mi si nota di più se non vengo o se vengo e me ne sto in disparte,” ormai, è roba del secolo scorso. E a sancirlo, urbi et orbi, è uno che del secolo scorso, o almeno della sua ultima parte, è stato cantore indiscusso, Bob Dylan. Perché lui, il Menestrello di Duluth, e non sapete che piacere possa dare tirare in ballo la parola Menestrello in un articolo come questo, ha deciso che lo si nota di più se non risponde al telefono ai tizi del Nobel che vogliono dargli il premio per la Letteratura, se poi alla fine risponde, accetta il premio Nobel dopo un mese ma dice di non poter andare alla cerimonia per impegni precedentemente presi, alla fine manda Patti Smith a cantare al posto suo, infila la dicitura “vincitore del Premio Nobel per la Letteratura” nelle note biografiche del suo prossimo libro, poi la fa cancellare, che non ce n’è bisogno e poi, in conclusione, va a ritirare il premio, sì, ma quando gli pare e dove gli pare, e soprattutto, senza testimoni a poterlo raccontare.

La storia la sapete tutti, inutile raccontarla. Bob Dylan, per anni additato come il prossimo vincitore del Premio Nobel per la Letteratura vince il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016. Lo annuncia l’Accademia del Nobel di Stoccolma, che da quel momento, novembre scorso, comincia disperatamente di contattare il cantante americano, senza riuscirci. Dopo circa un mese di telefonate a vuoto, Bob risponde e accetta. Poi però ci tiene a far sapere che non andrà a ritirare il premio, non terrà la lectio magistralis, insomma, ha da fare.

Di poche ore fa la notizia che alla fine Bob incontrerà i tipi del Nobel, e li incontrerà a Stoccolma, cioè dove sarebbe dovuto andare a dicembre. La cosa buffa, molto buffa, è che Bob Dylan sarà a Stoccolma per dei concerti fissati da tempo, non certo per il Nobel, e incontrerà gli accademici in sede privata, senza media a testimoniare il fatto. Ce lo fa sapere Sara Danius, la stessa portavoce che ha dovuto raccontare al resto del mondo di come a Bob, in fondo, del Nobel fregasse poco o niente. Il fatto è che ci sono circa ottocentrocinquantamila dollari che aspettano di essere ritirati da Robert Zimmerman, questo il vero nome di Dylan, previo discorso da tenersi di fronte agli accademici. L’Accademia aveva fatto sapere che sarebbe andato bene anche un video, un discorso scritto, improvvisato. Ci mancava poco che proponessero qualcosa su Facetime, e morta lì.

Dal che si capiscono un po’ di cose. Prima, a Bob Dylan, in fondo, del Nobel non frega nulla. Lui è Dylan, ha scritto la storia della musica popolare americana e influenzato quella di buona parte del mondo occidentale, lo stesso non si può certo dire dei colleghi che l’hanno preceduto, almeno recentemente, da Svjatlana Aleksievic a Patrick Modiano, passando per LeClezio o Herta Muller, per citarne alcuni. Seconda, al Nobel tengono a Bob Dylan molto più che al loro amor proprio, e sono disposti a farsi trattare male peggio che nella seconda parte di Teorema di Marco Ferradini. Terza, col suo modo da cazzone impenitente Bob Dylan manda a casa buona parte delle rockstar passate, presenti e future, dimostrando, ce ne fosse bisogno, che lui è Bob Dylan e gli altri non sono nessuno. Ultima, ce ne fosse bisogno, Dylan riscrive il galateo dei premi, facendo passare per buono qualsiasi tipo di comportamento che si trovi tra i paletti, “vengo, grazie di avermi invitato” e “mandate il bonifico e non cagate il cazzo”.

L’anno prossimo, come per chi dovrà sostituire Carlo Conti a Sanremo, dopo i numeri da televisione bulgare avuti con l’ultimo Festival, il vincitore del Festival non ha altra scelta, deve fare qualcosa di davvero eclatante per farsi notare e restare nella storia. O uccidere la regina di Svezia, come Sid Vicius in La grande truffa del rock’n’roll mentre canta My Way di Sinatra, o, magari, andare ringraziando. La vera originalità, a volte, è essere normali, verrebbe da dire, a patto che poi si sia scritto Like a Rolling Stone, Blowin’ in the Wind e Knockin’ on Heaven’s Door.