“Abbiamo scritto un’icona”. La battuta è talmente strampalata che diventa di diritto l’attacco di un articolo su questi altrettanto strambi David di Donatello 2017. L’ha pronunciata, per la legge del contrappasso, il vincitore del David per la Miglior Sceneggiatura, Edoardo De Angelis, regista del seppur interessante Indivisibili. Film sorpresa, emerso dalle Giornate degli Autori dell’ultima Venezia, che di David ne ha vinti 6, pari merito con quelli guadagnati da Veloce come il Vento. De Angelis ha proprio detto così: “abbiamo scritto un’icona”. E chissà cosa avrà voluto dire. Difficile saperlo in una serata di premiazione dettata dalla fretta, dove fa quasi più notizia lo stato di buffa alterazione mentale di Valeria Bruni Tedeschi che riceve, meritatamente, il David come miglior attrice 2017 per La pazza gioia ringraziando tra le mille persone la sua psicanalista, che il David a La pazza gioia stessa come miglior film. Perché parliamoci chiaro: in mezzo al quasi nulla della stagione premiata, il film di Virzì, Veloce come il vento di Matteo Rovere e Indivisibili di De Angelis (e le sue icone) non c’era letteralmente nient’altro. Sembrava infatti di assistere a quelle sceneggiate modello Festival di Pupi Avati, dove ti accorgi che tutto è triste, ricostruito e artificiale, e l’interesse per i film in concorso rasenta l’attenzione di Fantozzi e colleghi di fronte alla Corazzata “Kotiomkin”.

Non ci sarebbe stato nulla di male se dopo la scorpacciata glamour del 2016, con Lo chiamavano Jeeg Robot, Perfetti sconosciuti, e Il Racconto dei racconti, la cerimonia di quest’anno fosse finita in differita sul terzo canale da mezzanotte in poi con l’elenco dei premiati letto tutto d’un fiato. La gara del resto non c’è mai stata. Si dovevano solo collocare bene bene, senza che nessuno se ne avesse a male i 25 David tra papa Paolo (quinto) Virzì e la sua tragicommedia; il super sponsorizzato (da Paolo Sorrentino) Indivisibili; e la vera rivelazione di cinema di genere di questa annata scarsissima, quel Veloce come il vento che Domenico Procacci ebbe la brillante idea di anteporre nell’uscita al 7 aprile 2016 giusto in tempo per fargli saltare gli insidiosi David 2016. Il film di Matteo Rovere, oramai in pochi anni lasciato il patentino d’autorialità nel cassetto e divenuto regista/produttore che nemmeno Spielberg, si è portato a casa sei David: quello praticamente già scritto da un anno a caratteri cubitali su tutte le locandine dei gelati Maxibon a Stefano Accorsi come miglior attore protagonista (sesta nomination, seconda vittoria); i premi più tecnici come suono in presa diretta, montaggio, direttore della fotografia, effetti digitali (Artea Film e RAIN) e trucco (sempre per i denti gialli e marci di Accorsi). Equilibrio che si mantiene all’altezza di non scontentare nessuno con i sei David “leggeri” a Indivisibili: attrice non protagonista ad Antonia Truppo, mamma delle due gemelle protagoniste del film, e alla sua seconda nomination con vittoria annessa; sceneggiatura originale; costumi; miglior “produzione” (continuiamo comunque a chiederci senza risposta che diavolo di categoria sia); e soprattutto due David “leggerissimi” per Enzo Avitabile come miglior compositore e per il miglior brano musicale. E qui sia detto senza che nessuno s’offenda: ma se c’era un motivo che caratterizzava e nasceva dentro ad un film era il dolorosissimo Po Popporoppò di Carlo Virzì interpretato dal coro dei pazienti di Villa Biondi in La Pazza gioia, non di certo la solita dolente armonia di Avitabile qui declinata in Abbi pietà di noi.

Allo sprint finale, poi, arriva con più energia per i premi più grossi proprio Paolo Virzì (miglior regista), la Bruni Tedeschi (attrice) e soprattutto La pazza gioia che vince il David 2017 come miglior film. A ciò vanno aggiunti i premi per la miglior scenografia e miglior acconciatura che rendono il film prodotto da Marco Belardi e 01 il vero trionfatore della serata. Virzì, sei David tra film, sceneggiature e regie in 20 anni di carriera, è andato ben oltre i 45  secondi concessi per regolamento a tutti i discorsi dei vincitori, ringraziando tutto e tutti, e ricordando di lodare il cosiddetto “cinema italiano”, ovvero “questa mia patria” che “ha abbattuto il confine tra commedia e tragedia”. Unico pensiero allargato oltre i quattro parenti e colleghi quello del regista livornese che assieme a Valeria Bruni Tedeschi, arrivata a ringraziare Ungaretti, Chopin, De Andrè e Franco Basaglia, hanno per un attimo cancellato la terrificante zavorra degli inutili discorsini tutti identici dei premiati. Nel catino dei David 2017 ci sono finiti anche Valerio Mastandrea, vincitore come attore non protagonista per Fiore; Marco Danieli come miglior regista esordiente per La ragazza del mondo; Volfango De Biasi miglior documentarista per Crazy for football; Gianfranco Cabiddu, Ugo Chiti, e Salvatore De Mola per la sceneggiatura adattata del non proprio memorabile La Stoffa dei sogni e soprattutto i zero tituli del povero Bellocchio con Fa bei sogni che di nomination ne aveva dieci. A bocca asciutta anche Mine, altro titolo rivelazione del 2016/2017, soprattutto in quanto Fabio Guaglione e Fabio Resinaro erano senza se e senza ma i migliori tra i registi esordienti.