“Con i kalashnikov siamo entrati nell’accampamento degli zingari. Il Comune di Cornaredo non riusciva a sfrattarli e noi li abbiamo cacciati in una notte. Perché c’erano delle donne che andavano a rubare ai vecchietti e noi questa cosa non la sopportavamo. Glielo abbiamo detto una, due, tre volte. Poi gli abbiamo messo una stecca di dinamite sotto una roulotte disabitata, l’abbiamo fatta saltare e il mattino dopo non c’era più nessuno. Perché la ‘ndrangheta con il popolo ci sa fare. Con il consenso ci sa fare e questo torna utile al momento delle elezioni”. Al processo Aemilia, il più grande dibattimento di ‘ndrangheta mai tenutosi in Emilia Romagna, ha deposto fra gli altri il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio che, in qualità di ex capo della locale di Belvedere Spinello e della ‘ndrina distaccata di Rho, alle porte di Milano, ha testimoniato sulle sue conoscenze di sodali di Cutro e Isola di Capo Rizzuto in Emilia. Ma soprattutto sull’esercizio del potere nella cittadina di Expo.

“Già nel 2004, prima di essere ucciso, Carmine Arena voleva fare un rimpasto della ‘ndrangheta nella nostra zona (Belvedere Spinello e Valle di Neto, nel crotonese, ndr) e aveva interesse a riattivare il locale di Rho, perché era già attivo nel ’90. Venne sospeso dopo l’omicidio di Gaetano Aloisio, all’epoca capo locale della cittadina. Sapevamo che dovevano partire grossi appalti legati a Expo. Pubblicamente non era venuto fuori ancora nulla, però noi già lo sapevamo. Si parlava che sarebbero stati espropriati i terreni in quelle zone. Quindi – diceva Arena – se lo riapriamo noi il locale di Rho, che è sempre stato del crotonese, poi gli interessi vengono tutti qua e siamo noi”.

Come è andata a finire Francesco Oliverio lo ha già raccontato: dal momento che non gli piacevano alcuni vecchi ‘ndranghetisti come Stefano Sanfilippo e Gaetano Bandiera, scelse di non mettersi a capo del locale, ma di attivare una propria ‘ndrina distaccata, rispondente direttamente a Belvedere Spinello, e di riservarsi alcune attività, come il traffico di droga, il movimento terra e il controllo dei venditori ambulanti di panini.

Lungi dall’essere indebolito dalla presenza di un locale sullo stesso territorio, Oliverio esercitò un controllo capillare su tutte le attività, grazie anche al rapporto con agenti infedeli delle forze dell’ordine. “I miei camion – ha dichiarato in aula – non li hanno mai fermati. Viaggiavano in centro, considerando che da lì non avrebbero potuto passare. Noi davamo la lista con le targhe per avere i permessi e non li fermavano. Perché i vigili “mangiavano”. Non solo i vigili. Anche polizia e carabinieri. Noi avevamo anche un commissario a Crotone.”

Per tornare al raid nel campo rom di Cornaredo, occorre ripercorrere una vicenda che sembra uscita da un film di Totò e Peppino. Racconta il collaboratore di essere stato contattato da Pasquale Brescia, imputato al Processo Aemila, per una truffa subita da un rom, che si era spacciato per un emiro arabo. Questi si era fatto dare 250mila euro in taglio piccolo, contro 500 in taglio grande, rivelatisi poi falsi. Dal momento che Oliverio aveva rapporti con bande criminali rom, Brescia e altri si recarono “nel mio ristorante al centro di Rho, l’Exò. Temendo microspie, però, li ho mandati al ristorante Cadorna, dove si erano tenute già molte riunioni di ‘ndrangheta (come risulta anche dalla sentenza passata in giudicato del processo Infinito, ndr). Quello era un posto strategico, vicino alla caserma dei carabinieri e quando passava una pattuglia ci avevano garantito che non lo avrebbero scritto”. Dall’incontro emerge una richiesta di aiuto per ritrovare il responsabile e “scaricargli la pistola in testa”.

“Gli zingari a noi a Milano ci tenevano. Se li mandavo a chiamare venivano – prosegue Oliverio – e sapendo come ragionavamo noi, si sono messi a disposizione e me lo avrebbero fatto avvicinare per recuperare i soldi”. Ma, fortunatamente per il rom milanese, individuato in Spagna, Oliverio non è stato particolarmente desideroso di vendicare l’onore del sodale emiliano.