Undici sconfitte consecutive, un digiuno lungo più di due anni. E i tifosi abbandonano l’Italia del rugby: il Sei Nazioni 2017 è stato un flop clamoroso per gli azzurri. Ma se il disastro sul campo era annunciato o quantomeno prevedibile, molto meno atteso era quello sugli spalti. L’edizione di quest’anno, ad un turno dal termine, fa registrare un crollo delle presenze allo stadio: meno 20mila spettatori rispetto al 2016. La media di 47.653 paganti è il peggior risultato della storia del torneo, da quando la nazionale disputa le sue partite all’Olimpico. La grande fuga dallo stadio, che fin qui aveva riguardato soprattutto il calcio (con la crisi del tifo di Roma e Lazio), ha toccato anche il rugby.

I numeri del botteghino testimoniano l’ennesimo segnale di involuzione del movimento della palla ovale, a cui la Federazione non sembra in grado di trovare una risposta: negli ultimi 5 anni la media spettatori era sempre stata superiore almeno alle 60mila unità, quest’anno siamo scesi sotto la quota simbolica dei 50mila. Colpa soprattutto del primo turno e della sfida contro il Galles, andata in scena nella cornice deprimente di un Olimpico semivuoto: appena 40.986 presenti, di cui la maggior parte britannici. Per trovare un numero così basso di biglietti venduti bisogna tornare indietro addirittura al 2011 (Italia-Francia 22-21 davanti a 32mila persone), quando ancora però si giocava al più piccolo Flaminio, ormai abbandonato.

Se il torneo è passato di sconfitta in sconfitta, almeno dal punto di vista degli spettatori è stato un crescendo: dopo il flop dell’esordio, 50.197 tifosi per Italia-Irlanda 10-63 e 51.777 per Italia-Francia 18-40, ultimo match casalingo prima della conclusione in Scozia. Comunque meno di tutte le partite dell’ultimo lustro, decisamente troppo poco per risollevare il bilancio: rispetto all’edizione passata, la più vista di sempre con 69.700 spettatori di media, il 2017 ha perso esattamente 22.057 tifosi. Del resto anche sabato nel derby coi cugini transalpini, la sfida più seguita e di maggior appeal, la coreografia verdebiancorossa preparata dall’organizzazione è stata desolante: erano quasi più gli spazi vuoti in Tribuna Tevere che i cartoncini tricolori.

Resta da chiedersi il perché di questa emorragia. Ci sono alcuni fattori da tenere in considerazione. Quest’anno, ad esempio, l’Italia ha ospitato tre partite, e storicamente il dato dell’affluenza si abbassa rispetto alle edizioni con due soli match casalinghi (come ad esempio il 2016 o il 2014, entrambe annate da record). Il dato del 2017, però, è molto negativo anche rispetto al 2015 o al 2013, dove la media si era attestata intorno alle 63mila presenze. Anche il calendario non ha aiutato: al momento del sorteggio, in Federazione avevano subito storto la bocca di fronte a un programma con due match su tre da disputare di sabato, giorno meno propizio al pienone della domenica. Ma anche qui bisogna notare che il record storico di presenze (74mila spettatori per Italia-Irlanda 22-15 del 2013), proprio di sabato fu fatto registrare. Mettiamoci pure il meteo poco favorevole, ma le giustificazioni tengono fino a un certo punto.

La verità è che l’Italia non vince una partita nel Sei Nazioni da oltre due anni (contro la Scozia, il 28 febbraio 2015). O’Shea e Parisse continuano a ripetere che il progetto è a lungo termine: meritano fiducia, perché il ct in fondo è appena arrivato e il capitano ci ha sempre messo la faccia. Ma dall’esterno si vede solo una nazionale che peggiora invece di migliorare. E alla lunga i risultati si fanno sentire. Resta l’ultimo turno in Scozia per provare a salvare il salvabile, ma che non potrà cancellare l’ultimo posto (ormai matematico); né le ripercussioni negative sul bilancio e sugli incassi da gara (3,3 milioni di euro nel 2015, sicuramente meno nel prossimo). L’edizione 2017 lascia in dote l’ennesimo cucchiaio di legno. E un messaggio su cui riflettere: persino i tifosi di rugby, quelli dell’ “importante è partecipare” e della festa a prescindere dal risultato, forse si sono stufati di perdere sempre.

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