Faccio una premessa a beneficio delle anime belle che di sicuro mi iscriveranno d’ufficio al renzismo militante. Non sono renziano, non sono del Pd e l’unica volta che sono andato a votare alle primarie ho votato per Pier Luigi Bersani. Punto. Non ho idea di cosa voterò alle prossime elezioni politiche, di certo non la destra o il M5S.

Detto questo vorrei consegnare ai miei pochi pazienti lettori il senso di sgomento, ma soprattutto di “già visto” che in queste ore mi suscita il penoso spettacolo che arriva dall’assemblea del Pd. Ho registrato per primo al microfono della Rai, la scelta di Enrico Rossi di candidarsi legittimamente alla guida del Pd, ho letto con grande attenzione il suo libro, che racchiude contenuti importanti per la ricostruzione della sinistra italiana. Rossi a mio parere ci crede e fa bene. Il problema sono però i tempi e le azioni che si sono determinate e soprattutto le cattive compagnie. Non discuto dei contenuti programmatici che in larga parte sono condivisibili. Il punto sono le gambe sulle quali questi contenuti dovrebbero camminare. Le storie delle persone che oggi, di buon mattino si sono ricordarti di essere figli del partito che fu di Berlinguer.

Il problema vero è la regia folle che sta dietro quello che sta accadendo in questi giorni e in queste ore. La regia di questo film, nel quale gli aspetti comici, si intrecciano ad un macabro gusto splatter, come nel miglior Romero, appartiene ancora a Massimo D’Alema. Un signore al quale nella vita sono riuscite perfettamente due cose: accreditarsi inspiegabilmente come persona “intelligente” e fare danni colossali alla sinistra di questo Paese. La cosa che più sorprende in questa surreale vicenda, dove sembra che tutti vogliono separarsi, ma nessuno ha il coraggio di uscire di casa, sono le reazioni. Ancora una volta non sono preoccupanti le scelte dei mammasantissima, sono assai più preoccupanti le scelte e le motivazioni, la totale disinformazione e mancanza di memoria e di analisi politica da parte della gente che sostiene quella che oggi si accredita come la “sinistra” del Pd.

L’Italia è un Paese che ha un server di memoria collettiva pari a quello di un cellulare di venti anni fa. Nessuno ricorda nulla, nessuno conserva traccia delle azioni e delle scelte che si compiono. Tutto si metabolizza e tutto si digerisce. Soprattutto ogni cosa viene dimenticata nello spazio massimo di un paio di mesi. Tutti così possono riciclarsi e ricostruire improbabili verginità. Nessuno si ricorda più i guai giudiziari di Beppe Grillo, e sono quasi scordati o assolutamente evanescenti le condanne per i dirigenti della Lega Nord per la maxitangente Enimont o le inchieste sempre sui dirigenti leghisti per i soldi del finanziamento pubblico trasformati in diamanti o intascati dal Trota per le sue spesucce. Nessuno si ricorda ad esempio del Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema…

Nessuno ricorda che uno dei suoi capolavori fu la caduta del governo guidato da Romano Prodi e che la sua esperienza di governo riportò al centro della scena politica un Silvio Berlusconi, sconfitto e azzoppato che aspettava solo il colpo di grazia. Uno scambio di amorosi sensi con il Cavaliere, che ottenne che non venisse mai approvata una legge sul conflitto di interessi, per il quale venne appositamente coniato il neologismo “Inciucio”. Una collaborazione nella commissione bicamerale dalla quella venne partorita un’ipotesi di riforma costituzionale di stampo presidenzialista (disegnata da quello che a dicembre si è scoperto strenuo difensore della Costituzione così com’è) che sembrava scritta da Licio Gelli, alla quale era legata ad un’ipotesi di riforma della giustizia che prevedeva la separazione elle carriere e il controllo politico del pubblico ministero. Fortunatamente tutto finì a tarallucci e vino. Finì invece peggio in politica estera. D’Alema infatti portò in guerra l’Italia contro la Serbia in un’operazione Nato per sostenere un’organizzazione paramilitare di stampo mafioso come l’Uck in quel Kosovo che oggi è un crocevia di trafficanti internazionali e di terroristi. Oggi i duri e puri pacifisti, quelli sempre pronti a manifestare contro le missioni all’estero sono tutti ad applaudirlo e a sostenere la sua santa guerra contro la dittatura di Renzi.

Ma non solo lui. Tra coloro che sembrano aver ottenuto un comodo diritto all’oblio c’è anche Pier Luigi Bersani. L’uomo che doveva smacchiare il giaguaro e che riuscì a perdere elezioni praticamente già vinte. Bersani che oggi si batte strenuamente contro le politiche che ledono i diritti dei lavoratori messe in campo dal governo Renzi (il Jobs act è un provvedimento sbagliatissimo e su questo non ci piove) lo si ricorda steso come uno zerbino quando venivano approvati, con i voti del suo Pd, le misure del peggiore governo della storia repubblicana guidato da Mario Monti e quindi quello post batosta elettorale presieduto da Enrico Letta. Quanti ricordano la frase, detta tra i sospiri, “ce lo chiede l’Europa”.

Tra le strepitose misure approvate, senza che Bersani e D’Alema muovessero un sopracciglio, vale la pena di ricordare la riforma Fornero che, mentre la ministra asciugava le sue lacrimucce da coccodrillo, creava una categoria sociale nuova di zecca: gli esodati. Per non parlare delle leggi di stabilità con i tagli lineari, che hanno portato il Paese a sprofondare in una recessione nera, della quale ancora stiamo pagando le conseguenze, ed infine la follia della pareggio di bilancio in Costituzione. Tutte misure contro le quali non ricordo di aver sentito alzarsi la voce degli scissionisti di oggi.

Ecco, una scissione, una guerra totale su quelle misure l’avrei capita. Oggi vedo solo una guerra tra bande sulla pelle di milioni di persone in buona fede che si ritroveranno a breve, grazie alla lungimiranza di questi geni della politica a vivere in un Paese consegnato mani e piedi alla peggiore destra e al fascismo 2.0 dei grillini. Complimenti vivissimi.