Spesso sono i fatti a precedere le parole. Il più delle volte invece avviene il contrario. La parola diventa allora presagio di ciò che avverrà o che potrebbe avvenire. Per questo è importante vigilare anche sulle parole dette e quelle ascoltate, non sottovalutarne il peso cercando di leggere quale concretezza potranno assumere, in quale corpo potrebbero trovare forma; le parole che oggi seminiamo potrebbero diventare i fatti dentro i quali i nostri figli si vedranno costretti a scrivere la loro storia.

Sotto questa prospettiva la figura di Matteo Salvini è utile oggi a farci capire qual è la direzione verso cui si sta incamminando il nostro Paese. La sua postura, la sua voce, il suo sguardo, il suo sorriso sarcastico, la rabbia che esprime ed i concetti che declina rappresentano uno strumento utile per immaginare un’opzione di futuro verso la quale potremmo ritrovarci nel prossimo decennio.

Nel corso della campagna di tesseramento condotta a Recco ha affermato l’importanza di effettuare in Italia una pulizia «via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve, perché ci sono interi pezzi d’Italia fuori controllo» aggiungendo: «Non vedo l’ora una volta al governo, di controllare i confini come si faceva una volta e usare le navi della Marina Militare per soccorrere e riportare indietro i finti profughi». Il modello da lui rivendicato non è il presidente Trump ma ciò che di Trump si teme: «Guardia nazionale anti-immigrati in Italia come negli Usa di Trump? Magari».

 

 

Molti enfatizzano la scarsa intelligenza del leader leghista dimenticando come l’uso delle sue parole non è mai casuale. Le usa come gocce per erodere la capacità di indignazione di un Paese e per sdoganare parole e sentimenti fino ad oggi tenuti a freno dal pudore. Le sue sono anche gocce di arsenico che lentamente avvelenano le acque dei pozzi della nostra civiltà e del nostro essere comunità democratica. Prima di lui ne era consapevole Joseph Göbbels, ministro della propaganda del Terzo Reich quando scriveva: «Ripetere una bugia cento, mille volte, un milione di volte e diventerà verità». Una goccia alla volta e alla fine, senza che ce ne saremo accorti, la nostra acqua sarà definitivamente avvelenata.

Oggi è solo Salvini ad invocare una “pulizia”, a chiedere “maniere forti”, a suggerire di “controllare i confini”. Domani saranno i suoi fans, dopodomani potrebbe essere la volta di pezzi di società insospettabili. Poi seguiranno le masse e a quel punto il passaggio dalla parola ai fatti sarà un fatto scontato. E’ successo nella Germania nazifascista, nella deflagrazione jugoslava a Srebrenica. Accade oggi nella Myanmar governata dal Premio Nobel Aung San Suu Kyi, dove 65.000 persone sono in fuga dai massacri dell’esercito.

Avvelenare i pozzi è da vigliacchi. Salvini oggi è quello che ci promette il Paese dei Balocchi ma quando lui smetterà di fare politica resteranno le sue parole e con esse le gocce di arsenico che, una ad una, giorno dopo giorno, avranno avvelenato i nostri pozzi.

Sono essi che dobbiamo salvaguardare. Una pozza a rischio inquinamento la si preserva anche immettendo acqua pulita. Significative in proposito sono state le due manifestazioni organizzate sabato scorso a Madrid e Barcellona. Centinaia di migliaia di cittadini hanno partecipato alla manifestazione di solidarietà al grido «Basta scuse, accogliamo ora vogliamo i rifugiati». Un’azione coraggiosa e una direzione chiara. Due elementi dei quali difetta la nostra classe politica.

In Italia, ancora una volta, la politica è rimasta indietro; non possiamo aspettarla. Le acque si stanno avvelenando e noi abbiamo il dovere il proteggerle. Non quelle del Mediterraneo dai profughi, come Salvini vorrebbe, ma quelle della nostra cultura democratica, della nostra idea di solidarietà e di comunità multietnica.

Salvini allora da “Lucignolo” della politica italiana potrebbe diventare il “Salvatore della cultura democratica fondata sulla solidarietà” perché grazie alle sue parole un’ampia porzione di società civile, ancor prima della politica, sarà finalmente obbligata a prendere posizione, con coraggio e chiarezza, come i manifestanti spagnoli. Occorre unire le forze, creare fronti e coalizioni, mobilitarsi. Bisogna fare subito perché la perdita di tempo potrà un giorno essere l’accusa di complicità che investirà quanti hanno visto e ascoltato e sono rimasti immobili, limitandosi a girare lo sguardo da un’altra parte.