La voce che esce dal microfono è a metà tra un grido e una preghiera: “Il comizio è finito, ora vi prego disperdetevi pacificamente”. Sono le quattro del pomeriggio e a Place de la République a Parigi ci sono tremila persone radunate in sostegno di Théo L., il 22enne vittima di un presunto stupro durante un controllo della polizia ad Aulnay sous-bois. Gli organizzatori della manifestazione, dopo un’ora di interventi in contemporanea ad altre città della Francia, implorano la gente di tornare a casa: “Serve la pace, non lo scontro”. E’ il segnale. Dal gruppo principale si stacca un centinaio di persone: casco in testa, maschere sugli occhi e sciarpe che coprono bocca e naso per proteggersi dai lacrimogeni. Si muovono in blocco verso gli ingressi della piazza blindata, là dove la Gendarmèrie è appostata in assetto antisommossa. “Polizia dappertutto, giustizia da nessuna parte”, gridano. “Non dimentichiamo e non perdoniamo”. Poi in italiano: “Siamo tutti antifascisti”. Lanciano lattine, pietre che staccano da marciapiedi e dall’asfalto della strada e pezzi di legno recuperati da un container abbandonato.

Per due ore Place de la République diventa un campo di battaglia. I sei ingressi principali sono murati da decine di camionette delle forze dell’ordine, la metropolitana chiusa e chi vuole entrare nella piazza deve superare i controlli a borse e zaini. I manifestanti si spostano da un angolo all’altro cercando di sfondare i blocchi: tirano pietre e oggetti, qualcuno fa scoppiare alcuni petardi. La gendarmeria prima carica e poi risponde con i lacrimogeni. Il gruppo corre al lato opposto della piazza, ma non basta. Per due ore si muovono come un’onda, avanti e indietro cercando di sfondare il muro degli agenti schierati. In prima linea fermi e quasi immobili ci sono quattro ragazzi con uno striscione: “Di fronte all’impunità della polizia, siamo ingovernabili”, è la scritta a pennarello rosso sul lenzuolo bianco. Mentre piovono oggetti, un uomo con la chitarra avanza da solo verso le forze dell’ordine e canta “Abbasso lo stato d’emergenza”. Fa prendere fiato agli altri che corrono al lato opposto della piazza.

E’ passata solo una settimana dagli scontri di Bobigny, alle porte di Parigi. Al posto dei palazzi aristocratici del centro, c’erano gli scheletri grigi dei casermoni della banlieue. Sette giorni dopo quella manifestazione non autorizzata non c’è più la neve, ma il tiepido sole primaverile che ha portato in piazza insieme rappresentanti dei sindacati, associazioni per i diritti dell’uomo, ma anche famiglie e studenti. Dal giorno dell’aggressione a Théo la tensione è stata altissima nelle periferie, con scontri e incendi di cassonetti e automobili. L’appuntamento di Parigi è nato per calmare le acque: dare un segnale di partecipazione cittadina, coinvolgere le associazioni ed evitare di fomentare il caos nella banlieue. Sul palco gli organizzatori invocano il dialogo e chiedono di evitare di affrontare direttamente le forze dell’ordine. Ma l’applauso più lungo è quello per Amin che parla a nome delle Brigade antinegrophobie, (le brigate contro la negrofobia). E il suo discorso è il più duro di tutti: “Non facciamoli vincere. Ricordatevi”, dice, “che non c’è da una parte la polizia e dall’altra la Repubblica. La polizia è il braccio armato dello Stato francese. Se loro agiscono fuori dalla legge, è perché lo Stato glielo permette. Non ci devono chiamare casseur (vandali ndr), noi siamo manifestanti che lottiamo per la giustizia. La Francia ha una gestione neocoloniale delle banlieue: pretendiamo di essere rispettati. Siamo tutti Théo”. Risponde un boato, mentre gli organizzatori chiedono “unità”: “Non spacchiamoci ora, non cediamo alla violenza”. Ad ascoltarlo tra la folla c’è il leader del partito di sinistra “France Insoumise” Jean-Luc Mélénchon, ma anche l’ex calciatore Lilian Thuram. Sul palco si passano il microfono testimoni di presunte violenze subite da parte della polizia: “Aiutateci, nessuno ci ascolta”, dice chi non è troppo emozionato per parlare.

Da oltre due settimane si susseguono manifestazioni non organizzate contro le forze dell’ordine. Prima nella banlieue, da Aulnays sous-bois a Bobigny, poi nel centro di Parigi. I cortei nascono con il passaparola nei quartieri più “delicati” e coinvolgono militanti di vari movimenti, dagli anarchici ai gruppi di estrema sinistra. Solo mercoledì scorso c’è stato un presidio a Barbes-Rochechouart (nord di Parigi), nelle settimane precedenti era stato il turno di Ménilmontant e Belleville. La Francia in piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali, e ancora ferita dalla lunga serie di attentati, assiste quasi inerte di fronte al crescere di una tensione che unisce in un’unica lotta banlieue e gruppi ai margini della società. Place de la République è quella stessa che nel novembre 2015 è diventata un santuario di lumini e cimeli per le vittime del terrorismo, ma è anche la piazza che ha visto nascere il movimento di protesta degli attivisti di “Nuit debout” la primavera scorsa. “Fa paura”, dice Philippe mentre si prepara a scappare prima di una nuova carica delle forze dell’ordine. “E’ un momento delicato: abbiamo motivi diversi ma siamo tutti arrabbiati. E può succedere di tutto”.