Il Parlamento europeo ha approvato l’Accordo economico e commerciale globale Ue-Canada (Ceta) con ben 408 voti a favore, 254 contrari e 33 astenuti. È solo la tappa più recente della travagliata storia del Ceta, iniziata nel 2009: l’ultimo “intoppo” era stato il veto della piccola Vallonia (regione francofona del Belgio), una storia che i media avevano propagandato come una moderna lotta tra Davide e Golia. In questo caso, però, Davide ha desistito, accontentandosi di promesse da parte di Golia che i prodotti agricoli valloni sarebbero stati specialmente tutelati nel trattato.

Adesso la palla è nel campo della Corte di giustizia dell’Unione europea, che dovrà esprimersi sulla legalità e legittimità dell’accordo. Dopo il ricorso organizzato in seguito alla minaccia di veto della Vallonia, dovrà essere ratificata da tutti i 28 Stati membri. I sostenitori del mercato non tanto libero, ma a misura di multinazionali, non possono ancora cantar completa vittoria.

Perché non è una vittoria, un progresso nella politica commerciale dell’Ue: con mille scuse a Pier Paolo Pasolini per il furto di una sua espressione sempre attuale, non si tratta di progresso, bensì di sviluppo. È qui il nocciolo della questione.

Il Ceta segna infatti uno sviluppo preoccupante nel mondo di interpretare il commercio globale, lontanissimo da quello che noi Verdi, antiprotezionisti convinti, auspichiamo.

Innanzitutto, sin dall’inizio è stato accompagnato da negoziati e discussioni opache: basti pensare che la Commissione ha reso pubblico il mandato per i negoziati ricevuto dal governo solo a dicembre 2015, poco più di un anno fa! Zero dibattito pubblico e la società civile ha avuto poca voce in capitolo.

Né tantomeno possiamo affermare che il Ceta sia granché innovativo. L’ “accordo modello” tanto osannato dalla Commissaria Malmström prevede clausole molto preoccupanti che favoriscono gli investitori a scapito dei consumatori, dei lavoratori e degli stessi Stati: attraverso il cosiddetto Investment court system (ICS), gli investitori possono citare in giudizio gli Stati, ma questi ultimi non possono citare in giudizio gli investitori. Per di più, due clausole in particolare destano grande preoccupazione, ossia quelle del “ratchet” e dello “standstill”, che prevedono in pratica l’irreversibilità delle privatizzazioni e bloccano ogni tentativo di diminuire il livello di privatizzazione già raggiunto nel settore pubblico. Gli spettri del ruolo predominante di poteri economici capaci di determinare fortemente scelte politiche cruciali si aggirano di nuovo per l’Europa.

Il Ceta è un accordo fortemente sbilanciato verso le multinazionali e mette in pericolo non solo i piccoli consumatori, ma anche le piccole imprese e le regole di protezione ambientali per cui così faticosamente abbiamo combattuto. E per cosa? La stessa Commissione ha ammesso che questo accordo avrà un impatto quasi insignificante sulla crescita europea.

Si badi bene: il Canada è un paese amico, soprattutto con il suo attuale governo che si sta mostrando tra gli alleati più progressisti dell’Europa in materia di accoglienza dei rifugiati, diritti delle donne e delle minoranze e di lotta al cambiamento climatico. In particolare se lo confrontiamo a un certo loro vicino di casa.

Ma essere contro le politiche xenofobe e reazionarie di Trump non significa dover passivamente accettare dei trattati che spingono verso un’Europa sempre più incapace di fare fronte ai bisogni urgenti di rilancio economico e di protezione rispetto alle grandi corporazioni e ai grandi gruppi finanziari. Come pretendiamo di sconfiggere i partiti populisti ed euroscettici (per non dire anti-Europa), se ci si ostina a voler ignorare le voci dei cittadini e della società civile?

Ci confortano, però, le parole del neo-Presidente austriaco Alexander Van der Bellen, che ha deciso con un gesto simbolicamente importantissimo di tenere il suo primo discorso pubblico all’estero proprio al Parlamento europeo: Van der Bellen fa ancora appello a una Europa giusta, tollerante, vicina ai deboli, una Europa in cui possiamo ancora sognare.

La sua elezione significa che si può ancora essere a favore dell’Europa e ottenere consensi elettorali: non c’è bisogno di rincorrere la retorica nauseabonda dei vari Le Pen, Salvini, Wilders e Trump per smuovere gli animi e vincere le elezioni.

È semplicemente falsa la visione manichea secondo cui o si è favorevoli all’Europa fino alla cecità, accettando passivamente qualunque cosa provenga dalle stanze dei bottoni di Bruxelles, o si rigetta tutto il progetto comunitario e lo si fa colare a picco come un Titanic dei nostri tempi.

Non è così e i due casi di Ceta e di Van der Bellen lo dimostrano chiaramente: da una parte un trattato che va contro i desideri della società civile europea e rappresenta una Europa lontana, irraggiungibile, dall’altro un politico dichiaratamente pro-europeo che è rimasto vicino alle voci e al cuore della gente.

L’Ue deve rendersi conto che, per sconfiggere il potere disgregante e distruttivo dei populismi, quello che le serve non sono questi trattati, ma maggiore democrazia e trasparenza nei processi decisionali e nel confronto con le realtà regionali e locali, con le organizzazioni civiche. Deve tornare a farsi ideale, a farsi guardiana dei diritti dei cittadini, del lavoro, dell’ambiente. Dei diritti di tutti.