Ci sono geni a cui una vita non basta, sembrano voler fare a ritroso il cammino della creazione. Ascoltare il Falstaff di Giuseppe Verdi fa venire in mente l’ultima maniera di Picasso, la stessa voglia, apparentemente elementare, di congedarsi scherzando. Capita più che mai nel Falstaff attualmente in scena alla Scala (repliche fino a ), dove l’organico orchestrale e la direzione di Zubin Mehta, così luminosi e leggeri, traghettano il cigno di Busseto là dove meno te lo aspetteresti, dalle parti di Mozart. E’ questa una delle produzioni realizzate a Salisburgo sotto la direzione di Alexander Pereira, quindi acquistate dalla Scala una volta che il medesimo ne è divenuto sovrintendente. Tracce innegabili di conflitto d’interesse, eppure alla prova dell’ascolto le polemiche lasciano il tempo che trovano; questo Falstaff vale il prezzo del biglietto Salisburgo-Milano già solo per la lettura data da Mehta.

Un secondo motivo è la prova di Ambrogio Maestri, perfettamente identificato nel protagonista, affiancato da Carmen Giannattasio (Alice), Annalisa Stoppa (Alice), Massimo Cavalletti (Ford), Francesco Demuro (Fenton). Un cast tutto italiano, a prova di regia creativa. Quella di Damiano Michieletto, che ambienta l’azione nella Casa di riposo per musicisti voluta da Verdi medesimo e a lui intitolata, con tanto di ritratto boldiniano del maestro appeso al muro, è piuttosto una messa in scena didascalica; ma soprattutto è una trovata astuta, perché con l’alibi della ricerca del tempo perduto ottiene l’unità di tempo, di scene e di costumi (niente male, per il budget). John Falstaff non subisce davvero i tiri delle allegre comari; si assopisce sul divano dopo qualche bicchiere di troppo, sfoglia l’album dei ricordi e sogna di ritornare sul palcoscenico dell’amore. Un tiro anche per lo spettatore di cui si poteva fare a meno, specie calcolando che tutto nel mondo è burla sempre e comunque.