Cosa si sa dei donatori che permettono alle coppie sterili di diventare genitori? Ho parlato con la dottoressa Carola Albano, italiana che lavora al Centro di Medicina riproduttiva dell’ospedale Uz Brussel insieme a suo marito, Peter Platteau, con cui ha aperto un centro privato, appena fuori Bruxelles, che ho visitato personalmente. In pochi infatti, in Italia, sanno come funziona una donazione, e anche chi procrea grazie alla fecondazione assistita ne sa pochissimo: si fida e basta.

Mi pare invece piuttosto importante maneggiare almeno un ABC, soprattutto per partecipare all’interessantissimo dibattito bioetico mondiale, e tenendo conto che “le coppie che non possono avere figli – dice una dottoressa del Centro riproduzione assistita del Sant’Anna di Roma – sono in vertiginoso aumento, così come il turismo riproduttivo, visto che da noi non ci sono né donatori né donatrici nonostante la nuova legge 40 permetta l’eterologa alle coppie eterosessuali e i centri adesso ci sono”.

Le mete degli italiani in cerca di speranza di solito sono Belgio e Spagna, i paesi più vicini ed “esperti”: “Del donatore conosciamo il cariotipo, ossia la mappa cromosomica – spiega la dott.ssa Albano – in modo da escludere alterazioni trasmissibili al nascituro, gli richiediamo inoltre il test per la fibrosi cistica e poi facciamo esami ematochimici e infettivologici di routine per escludere Hiv, Hcv, epatite B, sifilide, o che non abbia patologie cliniche, ad esempio la cirrosi epatica o il diabete. A tutti chiediamo anche la betatalassemia, mentre ai donatori africani, che però sono pochissimi, facciamo anche l’anemia falciforme, frequente nel loro continente. Ovvio che peso e altezza devono rientrare nella media del loro paese di origine”. Non conta invece il criterio di “bellezza”, quindi i donatori possono essere anche “brutti”: basta che siano sani. Diversamente accade ad esempio in Inghilterra, dove si può al contrario sfogliare un catalogo con tanto di foto e informazioni personali, e dove i donatori possono essere rintracciati dal 18° anno di età del figlio (“Ma lì le banche si stanno svuotando di donatori – dice Albano – e questo è tipico laddove non si protegge privacy e anonimato”).

Ma cosa succede se un bambino, a un certo punto della sua crescita, ha un problema di salute riconducibile all’asse ereditario? E’ sempre la clinica a mediare: “Nel caso di patologie ‘de novo’ – continua Albano – ossia senza familiarità con il genitore biologico che cresce il figlio – per esempio abbiamo avuto un caso di una fontanella frontale che non si chiudeva, facciamo fare analisi al donatore: lo si blocca per un dato periodo finché non si accerta che non ci siano relazioni genetiche con la patologia insorta. Se si rifiuta, non potrà più continuare a donare”.

E per i disturbi minori, ad esempio una non-fluenza verbale (balbuzie)? “Una famiglia omogenitoriale italiana formata da due donne e una bambina si è ritrovata con la piccola di un anno che non cresceva, arrivando a sfiorare il terzo percentile di peso e altezza: ci ha scritto presentando il certificato medico della pediatra e ha ottenuto l’informazione dell’altezza del donatore, 1.73. Cerchiamo di venire incontro a tutti, ma sappiamo che ciò che si vuole è piuttosto un sostegno psicologico perché nella pratica le nostre risposte non cambiano di una virgola il destino del bambino. Non ci costa nulla fare indagini conoscitive presso i donatori, ma non chiediamo la loro disponibilità a fare accertamenti di laboratorio per questioni poco rilevanti”.

Il tutto quindi è molto a discrezione della clinica che media coi donatori, e questo fatto, se da una parte tutela il donatore, dall’altra contribuisce a creare quel “buco” parentale, che già è una presenza ingombrante per molte famiglie sterili: “In realtà – spiega la dottoressa – non è così, perché quel ‘buco’ è un vissuto più tipico delle famiglie omogenitoriali, dove si è costretti a dire la verità sull’origine del bambino, che potrebbe sentirsi ‘mancante’; le coppie eterogenitoriali, al contrario, non vogliono sapere nulla dei donatori, quasi li cancellano, e spesso omettono la verità ai figli. E poi, scusi, quanti figli sono cresciuti, storicamente, senza conoscere il padre genetico o senza sapere che il padre era adottivo?”.

E in Italia? Come mai le coppie eterosessuali che potrebbero usare il servizio offerto dallo Stato preferiscono recarsi all’estero? “Vede, qui da noi tutto è molto trasparente, ogni donatore può donare massimo a sei famiglie, viene pagato un centinaio di euro circa a donazione, in genere sono ragazzi che si pagano gli studi. Semplice. Da voi, invece, c’è l’ipocrisia della donazione volontaria al 100%: serve a liberarsi la coscienza, ma il risultato è che le banche del seme e soprattutto degli ovociti, per cui servono costose stimolazioni ormonali, sono vuote. E’ un peccato, perché questo significa rendere esclusivo l’accesso alla fecondazione assistita: troppo costoso farlo all’estero per una famiglia di ceto medio, ma anche farlo a casa propria, visto che le cliniche italiane importano semi e ovociti congelati facendoli pagare cifre esorbitanti, ossia lucrandoci sopra. Oltretutto, gli ovociti congelati sono più scadenti rispetto a quelli freschi, danno risultati minori. Da noi non c’è la mercificazione che esiste da voi, i centri sono limitati, ci sono tanti parametri da rispettare, anche economici. In Italia i centri aprono dall’oggi al domani credendo che basti avere l’attrezzatura: invece occorre amore, passione, esperienza… si ha a che fare con la manipolazione della vita, non con un business”.