La seconda fase dell’inchiesta sulla tangentopoli casertana porta all’arresto di altri due sindaci, quelli dei comuni di Vitulazio e Teverola, ma anche di un assessore e di un geologo. Otto, in totale, gli indagati. L’indagine è la stessa coordinata dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, che a marzo dello scorso anno aveva chiesto e ottenuto l’arresto del primo cittadino e di due componenti della giunta comunale di Maddaloni, oltre che di un amministratore giudiziario di beni confiscati alla criminalità organizzata. Ma quello che nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita oggi viene descritto come un “consolidato sistema di corruzione” riguarda anche altri comuni della provincia. La materia è quella degli appalti pubblici. I carabinieri hanno eseguito l’ordinanza nei confronti del primo cittadino di Vitulazio Luigi Romano del Pd l’unico che si trova ai domiciliari, dell’assessore comunale all’Ecologia Antonio Catone, del geologo Franco Aurilio Criscione, marito di un altro assessore dello stesso comune e del sindaco di Teverola, di area centrodestra, Dario Di Matteo (i tre sono tutti in carcere). I destinatari dell’ordinanza firmata dal gip Sergio Enea sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti e abuso d’ufficio, indebita induzione a dare o promettere utilità.

LA PROCURA: “UNO SCENARIO AVVILENTE” – Le indagini hanno consentito di accertare che “nell’affidamento di incarichi e servizi pubblici – si legge nell’ordinanza – il sindaco di Vitulazio ha violato le più elementari regole di trasparenza e imparzialità” per soddisfare interessi propri e di chi gli era vicino. Il risultato? “Un vero e proprio mercimonio della funzione pubblica”. Nel frattempo, a Teverola, il primo cittadino “cerca di guadagnare (e non poco) dall’affidamento del servizio di igiene urbana”. Il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone sottolinea come l’indagine condotta tra giugno 2015 e marzo 2016, attraverso intercettazioni, pedinamenti e testimonianze chiave, abbia svelato, com’era già accaduto per Maddaloni “un avvilente scenario in cui amministratori pubblici, eletti o nominati a garanzia e tutela degli interessi della collettività, pieghino la loro funzione a meri interessi privati”.

DAGLI ARRESTI DI MADDALONI ALLE TESTIMONIANZE – Il vaso di Pandora si è aperto dopo l’arresto, a marzo 2016, del sindaco di Maddaloni Rosa De Lucia di Forza Italia per presunte tangenti per l’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani. Cinque gli indagati: oltre al primo cittadino, anche un assessore, due consiglieri comunali e l’imprenditore Alberto Di Nardi, proprietario della DHI Holding industriale spa, a cui era stato affidato il servizio di igiene urbana sia a Maddaloni, sia in altri comuni del Casertano. Di Nardi, tra l’altro, è anche testimone dell’inchiesta Assopigliatutto che ha coinvolto il presidente della provincia di Caserta, Angelo Di Costanzo e diversi sindaci del territorio. Dopo l’arresto di marzo scorso, l’imprenditore di Vitulazio ha iniziato a collaborare, accusando politici e amministratori comunali. Le sue dichiarazioni hanno avuto un peso notevole in questa seconda fase dell’inchiesta, insieme a quelle di altri personaggi chiave. Di fatto l’indagine è scattata dopo la denuncia presentata il 25 giugno 2015 da un altro imprenditore.

GLI EPISODI CONTESTATI A VITULAZIO – Per quanto riguarda il comune di Vitulazio, nell’ordinanza si fa riferimento a due vicende particolari, il cui trait d’union “è la gestione privatistica da parte del sindaco Luigi Romano e di alcuni amministratori a lui vicini” con “l’asservimento delle funzioni pubbliche all’interesse personale di pochi altri, a discapito dell’interesse collettivo”. Prova ne è, secondo l’accusa, il fatto che con la complicità dell’assessore all’Ecologia Catone, il sindaco abbia indirizzato l’assegnazione del servizio di raccolta dei rifiuti a beneficio della DHI “previo accordo con il titolare Di Nardi (anche lui indagato), al quale ha chiesto come contropartita sia denaro, sotto forma di sponsorizzazioni, sia l’assunzione di personale”. Lo stesso imprenditore ha consegnato in una occasione 500 euro nelle mani del figlio del sindaco “per un’asserita sponsorizzazione” a un comitato da lui guidato. L’altra faccenda riguarda la “gestione illecita di una gara indetta dal comune per l’affidamento dell’incarico (per un importo di 19.500 euro) di predisporre una relazione geologica preliminare alla redazione del Puc del Comune”. Un affidamento secondo gli inquirenti “pilotato per favorire gli interessi di Franco Antonio Criscione, geologo e marito dell’assessore comunale Giovanna Falco”. Il tutto aggirando le norme del Piano triennale anticorruzione che la stessa amministrazione si era data. In quel caso, secondo le accuse, in accordo con l’assessore Falco, il primo cittadino ha promesso a un professionista l’aggiudicazione della gara, a condizione che la maggior parte del corrispettivo (12mila euro) fosse destinata al coniuge del componente della giunta che, proprio per il suo legame familiare, non avrebbe potuto ricevere l’incarico direttamente. Non solo: Criscione avrebbe indirizzato la gara di appalto preselezionando i concorrenti, dettando loro le offerte che dovevano presentare e, dopo l’assegnazione, provando a condizionare anche il metodo scientifico utilizzato per redarre il documento. L’obiettivo? “Carpire il maggior utile possibile a discapito del numero di sondaggi da effettuare” come hanno rilevato le intercettazioni. Con i soldi pubblici stanziati dal Comune per l’incarico, infatti, Criscione avrebbe soddisfatto un debito privato nei confronti dell’imprenditore titolare della ditta di sondaggi. Su questa vicenda fu presentata anche un’interrogazione da parte dell’opposizione, rimasta senza risposta.

A TEVEROLA STESSO SISTEMA – A Teverola non andava meglio. Secondo gli inquirenti il sindaco Dario Di Matteo, ha abusato dei suoi poteri in modi diversi. Ritardando la liquidazione dei mandati di pagamento e presentando lamentele e contestazioni alla ditta DHI Holding di Di Nardi, incaricata del servizio di raccolta dei rifiuti, disponendo continue e illegittime proroghe “per costringerlo ad assumere il nipote di un assessore comunale e a promettere l’assunzione di altri due dipendenti”, oltre al pagamento “di 1.500 euro sotto forma di sponsor”. Solo una volta ricevuti questi favori, il sindaco avrebbe sbloccato il pagamento degli stipendi degli operatori ecologici e prorogato, senza alcuna procedura, il servizio alla DHI. Ma le richieste di sponsorizzazioni e assunzioni del sindaco di Teverola (come di altri coinvolti nell’inchiesta) non si esaurivano nel clientelismo. “Si sostanziavano – scrive la Procura – in una nuova forma di richiesta di tangenti, modalità utile ad accrescere il consenso elettorale”. Nel caso di Teverola non si è neppure provato a dare una parvenza di legalità alla continua proroga del servizio di raccolta di rifiuti alla ditta di Di Nardi, definito dal gip un vero e proprio bancomat. A differenza di quanto fatto a Vitulazio e Maddaloni, infatti, la proroga non è stata attuata con ordinanze urgenti, ma con semplici determine del dirigente.