Gli uomini del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di finanza di Napoli, su richiesta del pubblico ministero Maria Cristina Ribera, hanno sequestrato beni per un valore di 200 milioni di euro a imprenditori impegnati nel settore rifiuti. Sigilli a elicotteri, ville, immobili, quote societarie, intere aziende come la Atr da tempo impegnata nel settore delle bonifiche e in particolare nello smaltimento dell’amianto. Un patrimonio ingente finito sotto sigillo: 250 fabbricati, 68 terreni, 49 rapporti bancari presenti in varie città come Bolzano, Salerno, Roma, Latina. I fratelli Pellini, imprenditori di Acerra, in provincia di Napoli, nonostante la condanna in appello per disastro ambientale, hanno continuato a fare affari nel settore rifiuti e in particolare in quello delle bonifiche come proprio ilfattoquotidiano.it aveva più volte denunciato. Ora emerge chiaramente dal decreto di sequestro patrimoniale disposto dal Tribunale di Napoli, dalla sezione misure di prevenzione, composta dai giudici Beatrice Sasso, Michele Mazzeo, Marcella Suma.

Le indagini delle fiamme gialle hanno documentato una sproporzione tra i redditi dichiarati e i beni posseduti, ma anche il reimpiego di denaro provento di attività illecite. Inchiesta complessa ed articolata che colpisce Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, quest’ultimo già maresciallo dei carabinieri. I tre erano stati arrestati nel lontano 2006 nell’operazione Carosello, dalla quale prende origine il presente provvedimento, e condannati in secondo grado per disastro ambientale, ora sono in attesa della sentenza della Corte di Cassazione. La misura eseguita oggi colpisce il lato patrimoniale e “si fonda – si legge nel decreto – su una molteplicità di fatti emersi nel corso di plurime indagini, molte delle quali culminate in sentenze di condanna per fatti che hanno segnato la storia della criminalità organizzata in Campania in cui in vario modo viene evidenziato lo stabile esercizio da parte degli stessi di condotte illecite connesse al traffico dei rifiuti”.

I rapporti, in particolare con il clan Belforte, che non hanno trovato conferma nella sentenza di condanna, completano il quadro di relazioni dei Pellini, capaci di interloquire con gruppi imprenditoriali e anche con uomini delle forze dell’ordine. Una valanga di soldi provento di attività illecite e gli illeciti sono proprio quelli realizzati nel settore dei rifiuti emersi dall’inchiesta del 2006. Si tratta della movimentazione di un milione di tonnellate di rifiuti speciali provenienti anche dalle aziende del centro-nord che, dopo la declassificazione, venivano smaltiti illecitamente. I rifiuti liquidi venivano scaricati nei canali, i rifiuti speciali solidi venivano tombati in terreni a destinazione agricola. Da queste risultanze si è arrivati alle indagini delle fiamme gialle che hanno appurato che il patrimonio dei Pellini è da qualificarsi come illegale perché provento della gestione abusiva dei rifiuti e che è sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati. I soldi ottenuti grazie alla gestione illegale sono stati usati per finanziare nuove attività imprenditoriali e investimenti con un vero e proprio effetto moltiplicatore. Tra i settori di business oltre a quello dei riciclaggio dei rifiuti, con le società Atr e Pellini srl, c’è anche quello del noleggio dei mezzi di trasporto aereo e quello della ristorazione e distribuzione dei carburanti. Società nelle quali figurano i tre imprenditori, ma anche familiari e congiunti. L’impero della monnezza, ora finito sotto sequestro.

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