“E’ tutto crollato. E non riusciamo ad avvicinarci. C’è tanta burocrazia”. Nelle parole di don Savino D’Amelio, parroco della chiesa di Sant’Agostino, sono condensati tutti i sentimenti della gente di Amatrice. Di quella che finora è rimasta, nonostante tutto, e che ha assistito il 29 gennaio al crollo di un altro pezzo della sua chiesa in stile romanico. “Certo, ce lo aspettavamo. C’era una voragine sul muro laterale. L’altro lato era tutto maciullato. Era venuto giù il campanile. Però vederla ancora in piedi ci teneva aggrappati alla speranza che davvero si potesse ricostruire. Invece è venuta giù”, dice don Savino. Amatrice non esiste più. Ogni giorno esiste di meno, se possibile.

“Stamattina sono stato nella frazione di Cornillo Nuovo, dove c’è la chiesa di Sant’Antonio Abate … E’ crollato tutto il portico. E parte della facciata. C’è da recuperare la formella ancora salva. Ma va prelevata con cautela da persone esperte. E’ una delle chiese più belle dopo quella dell’Icona Passatora, con pareti affrescate. Bisogna fare presto”, dice a Il Corriere della Sera un sacerdote che aveva due chiesette in fondo al corso. La sensazione di una precarietà crescente agita le persone. Ma ormai non le scuote più. Troppe scosse in questi mesi maledetti.

E poi c’è anche la neve. La speranza non può alimentarsi con le promesse dello Stato. Ad Amatrice, a Norcia, a Visso e nei tanti centri, qualche volta solo frazioni, distribuiti tra la provincia di Macerata, Ascoli Piceno, L’Aquila, Teramo e Rieti si sperimenta la solitudine. E’ vero, da queste parti ci sono venuti in tanti. Governo e opposizioni non si sono negati una visita “ai terremotati”. Hanno incontrato le istituzioni e anche molte persone. Hanno ascoltato. E poi hanno passeggiato tra le macerie. Ma intanto quasi nulla è cambiato. Le case, quelle ancora in piedi, non sono agibili e così si dorme nelle tende e nelle roulotte. Per questo si muore.

Le chiese e gli altri monumenti sono in gran parte in pericolanti. Spesso almeno in parte crollati. Con la neve, la pioggia e il gelo che mettono a repentaglio anche le opere che si trovano all’interno delle chiese. Ci sarebbe un gran lavoro da fare ma si fa quel che si può. Se ne occupa il ministero dei Beni culturali con l’aiuto determinante dei vigili del fuoco. “Si deve avere la consapevolezza della vastità dei danni che questo terremoto ha creato con scosse ripetute in una delle zone del mondo più ricche di patrimonio culturale. Si sta facendo un lavoro straordinario, incentrato sia sulle emergenze di messa in sicurezza che sulla tutela – ha dichiarato il ministro Franceschini, in occasione della visita a Norcia e Spoleto – Le pietre di chiese, monumenti, dimore storiche, abazie devono essere censite, numerate e catalogate una per una e trasportate nei depositi delle quattro regioni colpite, dove ormai sono raccolte 10.000 opere mobili, quadri, statue, arredi sacri estratti dalle macerie. Beni fortemente identitari che vanno restaurati e poi restituiti ai loro territori”, ha detto ancora Franceschini. Insomma ci sarebbe da star sicuri. Sfortunatamente qualche dubbio esiste. La lentezza delle operazioni mal si coniuga con il degrado che spesso l’esposizione agli agenti metereologici, accelera. Ma nella desolazione di luoghi nei quali a rimanere sono sempre più in pochi, le assenze sono di giorno in giorno più pesanti delle presenze.

“Avete diritto a tutto l’aiuto possibile, a tutto l’aiuto delle altre istituzioni, aiuto che si cerca di garantire in pieno”, ha detto il Capo dello Stato ai sindaci dei comuni terremotati. “So che vi sono problemi finanziari. I Comuni non possono affrontare emergenze così straordinarie e non è possibile affrontarle da parte di altre istituzioni. So che la Regione ha avuto una forte anticipazione di somme per le spese straordinarie. Il governo ha intenzione, per quel che so, di agire con un provvedimento ulteriore che riguardi procedure e risorse. Il vostro compito, non è ignorato, è tenuto in grande considerazione e trova tutto l’appoggio anche umano e psicologico”. Il presidente della Repubblica Mattarella all’Università di Camerino per l’inaugurazione dell’anno accademico, ha provato a rassicurare. Innanzitutto i sindaci della provincia di Macerata.

Ora credere al Capo dello Stato è più che altro un ossequio al suo ruolo, quasi un atto di fede. Forse anche per questo, il 29 gennaio, c’erano tante persone alla processione penitenziale presieduta dall’arcivescovo Boccardo, intorno alle mura di Norcia. Un’occasione per rinsaldare il credo, in un lungo periodo di difficoltà. Una speranza per tutti condensata nel momento pensato da monsignor Boccardo “per chiedere a Dio, creatore dell’universo, di porre fine alle forze della natura“. Anche le invocazioni di gusto medievale possono servire quando uno Stato moderno non assicura quel che dovrebbe ai sui cittadini.