Insieme con i ritorni delle ragazze di Che Dio ci aiuti e dei montanari di Un passo dal cielo, di cui francamente non sentivamo la mancanza, l’anno nuovo della fiction di Raiuno ci ha regalato un vero gioiello. Parlo di I bastardi di Pizzofalcone, la serie tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni e diretta da Carlo Carlei che nella sua quarta puntata ha superato i 7 milioni di spettatori, mezzo milione in più della precedente. Lo so che molti dei miei (25) lettori hanno già perso la pazienza di fronte a questa affermazione e sono pronti a replicare che non c’è nessun gioiello, che siamo fuori strada, lontani anni luce dai prodotti americani dello stesso genere poliziesco a cui riesce ad avvicinarsi, per qualità, soltanto Sky con la sua Gomorra. Ma io non la vedo così e mi pare che in questi giudizi ci sia una buone dose di pre-giudizio.

La storia dei poliziotti di Pizzofalcone si basa su un archetipo narrativo classico, ben noto ai frequentatori del cinema. E’ quella di un gruppo di sbandati, marginali, per di più incompatibili per carattere e cultura, solitari e in disarmo che diventano un gruppo capace di affrontare e vincere sfide che sembravano impossibili, come accadde ai samurai di Kurosawa (sette come i nostri eroi del commissariato napoletano) o a I senza nome di Melville. Nella fiction, più che i delitti e la ricerca del colpevole, che a volte sembrano dei pretesti, contano altre cose. Prima di tutto le vicende personali dei poliziotti e della bella pm, interpretata da Carolina Crescentini, i misteri, l’ambiguità che avvolge le loro vite e che vengono sapientemente svelati a poco a poco, di puntata in puntata, mentre una malinconica attesa segna il finale di ogni episodio. Poi c’è il paesaggio, le strade, i vicoli, il mare, le magioni sontuose della borghesia e le case dei poveri in una Napoli che non è quella di Gomorra ma neppure quella delle cartoline tutta pizza e mandolino, una Napoli diversa, originale, un po’ metafisica, mai vista al cinema. Ed è in questo universo di separazioni e di intrecci, di incontri e di scontri che il racconto poliziesco trova la sua vera moderna funzione che non è semplicemente quella di illustrare i meccanismi investigativi ma quella di far emergere da un fatto criminale tutta la complessità e la problematicità di un mondo.

Non si può tacere la bravura di tutti gli interpreti e la qualità della fotografia suggestiva ma mai leziosa, ma occorre segnalare a chi di dovere un problema che può sembrare marginale ma che rischia di compromettere la fruizione di un prodotto così interessante. Il problema sta nei trailer che vanno in onda nei giorni precedenti la messa in onda della nuova puntata e che ne anticipano di sfuggita alcune scene. Ma se in una puntata come quella di lunedì scorso c’è un colpo di scena (la notizia del suicidio di un pentito che getta nella disperazione l’ispettore Lojacono) e io quella scena l’ho già vista dieci volte nei trailer, mi dite che colpo di scena è? Provvedete per favore a non rovinare con le vostre mani un buon lavoro.