Casablanca non c’entra niente. I sabotatori dell’ennesimo capolavoro di Robert Zemeckis l’hanno fatta grossa. Abbiamo letto e sentito dappertutto che Allied rifà, richiama, ripete, ri-qualcos’altro il celebre film di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingmar Bergman, ma vorremmo sapere dov’è nata questa fandonia cinefila. Un depistaggio in piena regola. Solo perché aleggiano le note de La Marsigliese ed eccoci ripassare dal “via” di un cult. 1942, Marocco, l’agente segreto alleato Max Vatan (Brad Pitt) viene paracadutato tra le dune del deserto. Una jeep lo recupera e lo lascia al suo nuovo destino e identità da spia al Café Rivoli di Casablanca dove lo attende un’altra agente francese, Marianne Beausejour (Marion Cotillard). Ecco la recita nella recita dei fittizi coniugi Berne, attorniati da familiari di militari collaborazionisti di Vichy e da svastiche nazi. Ogni riflesso su uno specchio, sguardo di un conoscente, divisa bruna sono un potenziale pericolo di morte per i due protagonisti. Obiettivo del loro incontro la missione suicida dell’uccisione dell’ambasciatore di Hitler nel Nord-Africa francese. Zemeckis parte immediatamente in quarta e confeziona un thriller dalla tensione palpabile, orchestrato attorno al continuo possibile smascheramento di Max e Marianne. Bagno di sangue a parte, i due, mimando la quotidianità di una coppia e il suo farsi credere tale sui tetti delle casupole marocchine dai mille occhi e orecchie, diventano realmente amanti con tanto di accoppiamento furente dentro un auto in mezzo ad una tempesta di sabbia i cui granelli sbattono metallicamente contro la carrozzeria.

Pochi mesi dopo, chiuso il capitolo Marocco, Vatan e Beausejour si riuniscono a Londra, non senza fatica, visto che lei ha un po’ di problemini pratici ad oltrepassare la Manica. Brad continua il suo compito dietro una banale scrivania del controspionaggio; Marion lo attende a casa, incinta, tra rami e siepi di Hampstead. L’idillio dura il tempo dell’intervallo del film. Acquistati pop corn e liquirizia arriva il colpo di scena, spoileratissimo online, in cui le verità nascoste alla Zemeckis sembrano tornare, inattese, a galla. Balle e bugie personali si mescolano con la naturale intimità dell’affiatata coppia. Marianne è davvero quello che dice di essere, o hanno ragione i superiori segretissimi di Max a dire il contrario? Così la seconda parte di Allied è una corsa contro il tempo dettagliata e scalpitante, avventurosa e tragica, per svelare l’impossibile. La rude e prepotente sicurezza dell’uomo viene come fatta crepare centimetro dopo centimetro dalla fredda e tagliente doppiezza femminile. E Zemeckis da regista ossessionato dal concetto di tempo fin dalle prime sequenze di Ritorno al futuro mostra tutto il suo potenziale dissuasorio e ipnotico nello spuntare secondo dopo secondo la spasmodica attesa dell’agnizione del thriller, sposandola con l’evidente scioltezza tecnica con cui passa da interni casalinghi hitchcockiani ad esterni guerreschi come nella migliore tradizione di genere. E quando diciamo ossessione per il concetto di tempo intendiamo proprio il narrato che vive cadenzato da date, appuntamenti, scadenze, orari ed orologi, lancette che scattano lente ed inesorabili come nel più avvincente dei countdown.

Non si può dire di più se non sottolineare l’elegante confezione formale, l’inappuntabile ricostruzione d’epoca, il taglio verticale da brividi di ogni inquadratura (l’opposto dell’orizzontalità larga alla Tarantino o alla Inarritu) che rasenta la perfezione. Allied lo consigliamo non solo perché la materia dell’intrattenimento sposa la creatività di una personale idea di cinema, ma anche perché Pitt e Cotillard sono invitati finalmente a recitare da persone adulte. Lei c’era riuscita da tempo, riconosciuta perfino con l’Oscar nel 2008 nella Piaf de La Vie en rose, ma poi si era persa in evanescenti prove da Sunset Boulevard; Brad invece ha gigioneggiato parecchio tra registri grotteschi più o meno riusciti cercando di abbattere l’icona del manzo da copertina tutto mascella, occhio chiaro e petto infuori. In Allied è però costretto a lavorare proprio sulla fragilità di questa immagine extrafilmica, sulla possibilità di non essere quel pilastro di sicurezza a cui aggrapparsi nelle situazioni complicate ed estreme. Che su questo set sia poi dovuto nascere l’amore vero tra Pitt e la Cotillard, con conseguente separazione di lui da Angelina Jolie, per la passionalità con cui inizia la finta love story ci potrebbe anche stare. Detto questo lasciamo perdere i paragoni filmici, e non, con un altro orribile titolo dalla doppia lettura come Mr. e Mrs. Smith (2005) in cui sbocciò l’amore tra Pitt e Jolie. Allied è un film di alta categoria da non confondere con qualsivoglia paccottiglia. Script superbo di Steven Knight (sceneggiatore di Dirty pretty things e regista di Locke); colonna sonora del fedelissimo di Zemeckis, Alan Silvestri.