Un terzo della popolazione irachena vive sotto la soglia di povertà, nonostante l’Iraq sia uno dei paesi del golfo più ricchi di giacimenti petroliferi. Il rapporto lo ha stilato un gruppo di ricercatori iracheni ed è stato pubblicato da diversi quotidiani arabi. Secondo gli studiosi, sotto il governo di Al Maliki circa 600 miliardi di dollari, rimesse dalla vendita di petrolio, sono spariti nel nulla. Una somma che bastava, prosegue la ricerca, a ricostruire il paese.

Pari passo con la corruzione endemica c’è la diminuzione della libertà di stampa, analoga all’epoca di Saddam Hussein. Il sindacato dei giornalisti iracheni ha quantificato in 455 i giornalisti iracheni uccisi dal 2003 a oggi. 20 nel solo 2016. L’ultimo caso, questa volta risolto bene, è stato quello della giornalista Afrah Shawqi, conosciuta per i suoi articoli contro la corruzione, vittima di un misterioso sequestro la settimana scorsa. La giornalista era stata prelevata il 27 dicembre dalla sua casa di Baghdad da un gruppo di uomini con il volto coperto che avevano detto di essere membri delle forze di sicurezza. La Shawqi ha detto di essere stata solo interrogata e di essere stata trattata bene durante il sequestro.

Oltre alla povertà, alla fragile tutela della libertà di espressione – a causa dell’assenza di istituzioni statali legittimate che sono preda delle varie milizie -, c’è la mancanza di speranza. La speranza verso il futuro dovrebbe essere un fattore statistico per calcolare il benessere sociale. Qualche tempo fa, il fattoquotidiano.it ha intervistato quattro giovani ventenni fra Iraq e Siria. Alla domanda “come vedete il futuro?” hanno risposto di non “pensare al futuro. Ma di vivere solo il presente perché le condizioni di vita sono durissime”. E il passato? “Non lo ricordiamo” hanno glissato all’unisono i giovani che vivono fra Aleppo e Baghdad.

C’è un legame stretto fra il fatalismo, l’accettare quello che verrà, e l’idea radicale che nasce dalla mancanza di alternative; dall’assenza di Stato; dalla confessionalizzazione dei paesi e dalle politiche estere dei paesi occidentali nell’area. Ridare futuro ai giovani dovrebbe essere una delle politiche che l’Europa, l’Italia che oggi dibatte sul fondamentalismo, dovrebbe mettere in campo. Ma bisogna partire da una premessa: non sostenere più regimi autoritari, abdicando a ogni morale.