Si fa sempre più difficile il gioco che, ogni fine anno, va a scovare nella memoria il meglio e il peggio dell’annata televisiva. Non tanto perché, come sempre si dice, è difficile trovare qualcosa di buono in un’offerta che si fa sempre più ampia quantitativamente ma non migliore qualitativamente. In realtà la vera difficoltà sta nell’individuare le cose peggiori in un panorama così piatto e desolato: nulla si stacca neppure verso il basso.

Però visto che – come dice il saggio – quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, non si può certo rinunciare a fare una classifica, magari limitandoci quest’anno a tre sole presenze, una sorta di podio senza gradini. E allora via, cominciando dal podio dei buoni. Qui troviamo Fiorello con la sua edicola. L’Edicola Fiore porta il buon umore, non solo per le sue irresistibili battute, per le sue imitazioni finalmente originali (“dico gli affluenti del Po” della finta Raggi è la trovata dell’anno), ma per un motivo più ampio: perché dimostra concretamente che si può fare un buon programma di intrattenimento anche con pochi mezzi e senza tirare in ballo discorsi sui massimi sistemi della comunicazione. Basta affidarsi a persone spiritose con del talento e delle idee.

Insieme con l’Edicola Fiore salgono sul podio i programmi che la Rai ha prodotto come anticipazioni e promozioni del Rischiatutto. Non il quiz che è stato così così, con qualche puntata divertente (la prima) e altre assai meno vivaci. Ma la striscia di pochi minuti dedicata alla selezione dei concorrenti che ha messo in scena situazioni di irresistibile comicità e, soprattutto, il Viaggio nel Paese del Rischiatutto di Daniele Luchetti, un insieme di brevi film che, prendendo spunto dalla vita quotidiana dei futuri concorrenti, ha costruito uno spaccato dell’Italia contemporanea degno della migliore tradizione di questo genere, quella di Pasolini, di Comencini, di Soldati, di Gregoretti.

L’ultimo posto (o il primo, fate voi) lo riserviamo alla serie La mafia uccide solo d’estate. Era una sfida davvero ardua quella che Pif ha osato affrontare: trasformare il successo sorprendente del suo primo film in una storia a puntate di più ampio respiro. Invece, missione compiuta, grazie a un racconto infantile e favolistico dai toni truffautiani (si parva licet), che ricostruisce tra iperboli e paradossi un biennio cruciale per lo sviluppo del potere politico-mafioso. Lo fa con grande coraggio e precisione storica enumerando i crimini e le collusioni di quel periodo e facendo i nomi e i cognomi dei responsabili. Al confronto le astruserie sorrentiniane su un fantomatico Papa giovane e bello sono acqua fresca.

Sul versante opposto, nella galleria degli orrori, ovviamente non c’è che l’imbarazzo della scelta. Isoliamone tre, di natura e nocività differente. Partiamo da quello che un orrore non è, più che altro una delusione: la fiction I Medici. Attesissima, pompatissima, internazionalissima, seguitissima e capace di dar vita a un acceso dibattito storiografico (e questo è un merito), ha deluso non per ciò che le è stato più rimproverato, le troppe imprecisioni storiche, ma per un motivo quasi opposto: l’assenza di un’interpretazione storica originale. Non basta approfondire la struttura a flash back e portare in prima serata l’erotismo elegante e l’esplicita rappresentazione dell’omosessualità per fare un lavoro autenticamente innovativo.

Ma, lungo questa linea delle occasioni sprecate l’Oscar va sicuramente al programma di Edoardo Camurri che segue quotidianamente per tre settimane il percorso del Giro d’Italia. Com’è noto, infatti, l’occasione, anzi il privilegio di seguire il Giro lateralmente senza addentrarsi nella specificità agonistica ha dato vita a grandi pagine di letteratura, di giornalismo e anche di televisione, opera di Montanelli, Buzzati, Pratolini,Vergani, Zavoli. Camurri, che è convinto di far parte di questa nobile schiera, riesce invece a realizzare l’esatto opposto: grazie a questa straordinaria occasione che Rai cultura e Rai sport gli hanno offerto, gira paesi, campagne e strade d’Italia mettendo insieme un repertorio di ovvietà, di banalità, di déja vu che supera ogni immaginazione.

Infine non posso fare a meno di lasciare un posto a un fenomeno per me incomprensibile: la televisione di Maria De Filippi. Quello che non capisco non sono i suoi programmi (a volte anche quelli) ma i discorsi che molti fanno al proposito, riconoscendo, anzi celebrando la professionalità dell’autrice-conduttrice, la perfezione dei meccanismi, l’audacia di certe scelte. A me quella, che ci vada Saviano o no, continua a sembrare pessima televisione, una tv – non ne faccio un problema etico – tediosa, fasulla, che inventa finti problemi e finge di risolverli, un perfetto esempio di quell’azzeramento del senso di cui parla Enzensberger. Se poi questo è il prodotto di punta e di successo dell’industria culturale italiana, per la cui difesa dobbiamo mobilitarci tutti, governo in testa, beh, per quel che mi riguarda, lascerei perdere, anzi… Allons enfants!