Il dizionario enciclopedico della corruzione italiana si è arricchito ieri di un nuovo lemma: le cortesie. Ce ne illustra il significato il senatore e presidente della Commissione agricoltura Roberto Formigoni, fresco di condanna a sei anni per corruzione: “Ho solo accettato qualche invito in barca da un amico. Tra amici ci si scambiano delle cortesie e molte volte sono venuti a cena anche a casa mia. Io non ho mai fatto i conti di quanto spendevo per quelle cene (…) Tra amici si fa cosi, uno dice ho messo cento euro per la benzina, un altro offre la cena”. Scende invece nel dettaglio tecnico-giuridico l’avvocato difensore dell’ex-Presidente della Regione Lombardia: “L’assoluzione dei funzionari della Regione dimostra che le attività erano svolte in maniera legale e che la sanità lombarda era gestita correttamente. Questo conferma che i cosiddetti benefit non erano corruzione ma ‘cortesie‘”. Nel caso in oggetto, la conversione in valore monetario delle “cortesie” a Formigoni operata dai giudici milanesi col sequestro di beni è pari ad almeno 6,6 milioni di euro, comprendente quadri, quote di proprietà di sette abitazioni (da Sanremo a Lecco ad Arzachena), due box, un terreno, un ufficio, un negozio a Lecco, tre auto, conti correnti.

Il nebuloso confine tra prezzo della corruzione e “cortesia” andrebbe dunque individuato nella natura amichevole delle relazioni che in una circolarità di piaceri legano chi li fa e chi li riceve, e che può tradursi nella compartecipazione – in un clima prevedibilmente conviviale – a una serie di “benefit” tra cui soggiorni in resort di lusso ai Caraibi, crociere su yacht, cene in ristoranti stellati, oltre che contributi alla campagna elettorale. Non viene chiarito se rientrino nella scivolosa categoria delle “cortesie” anche i corrispettivi che hanno avvalorato la sentenza di condanna, ossia l’approvazione tra il 1997 e il 2011 di una serie delibere della giunta lombarda con cui sono stati erogati finanziamenti e rimborsi indebiti all’Ospedale San Raffaele e alla Fondazione Maugeri (circa 200 milioni di euro solo a quest’ultima), e i 70 milioni di euro che nello stesso arco temporale dai due enti sono confluiti nelle tasche e nei bilanci societari dei due intermediari e “grandi amici” di Formigoni, Daccò e Simone, gli stessi che erogavano al “Celeste” i benefit di cui sopra. Se è l’amicizia che distingue la cortesia dalla tangente, bisogna riconoscere che è arduo non affezionarsi a chi si mostra tanto prodigo di attenzioni.

Il concetto di “cortesie” ci regala dunque una gentile rappresentazione lessicale sia delle nuove forme della corruzione italiana, che delle crescenti difficoltà con cui la magistratura riesce a intercettarla e reprimerla. Così l’assoluzione per associazione a delinquere è “un’ottima cosa”, commenta il difensore di Formigoni. Nonostante le formule di circostanza, il senatore e i suoi legali sono consapevoli che solo la condanna per il reato associativo avrebbe assicurato il raggiungimento del terzo grado di giudizio a un processo probabilmente avviato sul binario morto della prescrizione. Si spiega allora perché l’Italia è verosimilmente l’unico paese al mondo nel quale i condannati per corruzione manifestano una malcelata soddisfazione – quando non esultano, come di recente Ottaviano Del Turco – al momento di una sentenza non particolarmente sfavorevole.

Quando una banda di topi d’appartamento mette a segno con regolarità una serie di colpi è relativamente agevole per i magistrati ricondurne le modalità d’azione alla fattispecie dell’associazione a delinquere. Quest’ultima richiede infatti la presenza di un accordo stabile finalizzato a commettere una serie indeterminata di delitti attraverso una sia pur rudimentale suddivisione di compiti. Ma non appena ci addentriamo nel girone dei crimini dei colletti bianchi e della “corruzione organizzata”, che spesso ne rappresenta il nucleo propulsore, questi criteri risultano inadatti a catturare la natura sfuggente delle relazioni tra i partecipanti, specie se improntate a reciproche “cortesie”. Solo in rarissimi casi l’imputazione di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione regge fino al terzo grado di giudizio, nonostante il danno economico e sociale prodotto sia incommensurabilmente superiore a quello dei furti negli appartamenti.

Eppure le inchieste degli ultimi anni hanno svelato il moltiplicarsi di robuste e persistenti reti di relazioni che connettono corrotti e corruttori, caratterizzate dal coinvolgimento di una pluralità di figure pubbliche e private. A “organizzare” e coordinare gli scambi nell’affollato universo della corruzione valgono così “regole non scritte” che i partecipanti al gioco intendono e rispettano, talvolta spontaneamente (perché così conviene), in altri casi perché tutti riconoscono la presenza di una struttura informale di autorità imperniata sul potere deterrente di leader politici, dirigenti ministeriali, vertici di consorzi d’imprese, organizzazioni mafiose o altro ancora, capace d’imporne l’osservanza, ove occorra anche con le maniere spicce.

Parrebbe riconducibile a una formula “associativa” di questa natura anche la vicenda che ha condotto alla condanna di Formigoni e soci. Tuttavia non sono stati sufficienti gli oltre dieci anni di pratiche improntate al saccheggio dei bilanci regionali destinati alla spesa sanitaria e alla generosa redistribuzione incrociata di “cortesie” e benefit – alcuni immortalati persino da riviste di gossip – perché queste risultassero riconducibili al reato di associazione a delinquere. Questa e le altre interpretazioni giurisprudenziali restrittive vanno imputate in parte alla cultura giuridica formalistica dominante in Italia, che induce un orientamento tendenzialmente “debole coi forti” e “forte coi deboli”. La stessa formulazione della norma appare del resto inadeguata a fronte delle più sofisticate manifestazioni della “corruzione organizzata”, che si realizza proprio quando le tangenti si convertono in “cortesie”, le contropartite paiono smaterializzarsi, il cemento fiduciario si salda tra la comune militanza in Comunione e Liberazione e la familiarità delle amicizie strumentali.

Di certo non è rassicurante per i cittadini (e contribuenti) italiani scoprire come in punto di diritto una banda di “amiconi” con una spiccata attitudine a vacanze e cene di lusso possa riuscire in più di dieci anni a depredare oltre 200 milioni di euro dai bilanci sanità regionale senza neppure l’esigenza di “associarsi” e programmare le proprie attività illecita con una minima struttura di coordinamento.

Oggi il senatore Formigoni dichiara di apprestarsi a un’esistenza di privazioni: “Vivrò con poco. Del resto, ho sempre fatto una vita morigerata”. Per festeggiare sobriamente almeno l’assoluzione dal reato di associazione a delinquere potrà forse concedersi un ultimo calice di champagne, in memoria dei buoni vecchi tempi nei quali – ricorda il proprietario di un ristorante di lusso: “Avevamo ricevuto personalmente da Daccò la disposizione che i conti del presidente fossero a suo carico. Formigoni, anche quando veniva senza Daccò, non si preoccupava affatto del conto e, una volta finita la cena, andava via. Ringraziava e andava senza neppure chiedere quale fosse l’importo. Ordinava peraltro con libertà, bevendo solo champagne del quale è particolarmente appassionato”.