L’attivismo di Donald Trump sui diversi temi della politica americana e mondiale non risparmia l’ambiente. In campagna elettorale aveva proposto di abolire il Ministero dell’Ambiente suscitando qualche ilarità, perché tale ministero non esiste proprio. Dopo le sparate sui cambiamenti climatici, ispirate a un negazionismo che sembrava seppellito da tempo, la prima proposta del neo-presidente tocca il tema dell’energia. Abolire o riformare in senso fossile il Clean Power Plan (legge del 2015 sulle energie pulite) e soprattutto il Clean Power Plan for Existing Power Plants (sulla riqualificazione degli impianti attuali) non avrà solo un effetto sulle emissioni di anidride carbonica, ma anche sull’inquinamento.

Una proposta assai realistica, visto gli interessi – ben rappresentati in Parlamento – che potrebbero favorire la decisione. Questa attitudine potrebbe anche condurre a una revisione del Clean Air Act (legge del 1970 sull’inquinamento dell’aria, riformata e migliorata nel 1977 e nel 1990) con effetti devastanti sulla qualità dell’aria, da un lato, e sullo sforzo tecnologico ed economico che le regole sempre meno permissive sulle emissioni hanno innescato con successo, visti i risultati conseguiti, dalla trazione elettrica e ibrida dei veicoli all’illuminazione a led, quasi sconosciuti 10 anni fa.

E innescare un processo a cascata su altre storiche leggi, nate molto tempo fa per rispettare l’ambiente e la qualità della vita e progressivamente aggiornate: dal National Environmental Policy Act sulle politiche ambientali (1969) al Clean Water Act sull’inquinamento idrico (1972), dall’Endangered Species Act sulla protezione della fauna (1973) al Safe Drinking Water Act sulla sicurezza delle acque potabili (1974).

A medio e lungo termine l’indebolimento di queste leggi incontrerà resistenze anche maggiori di quelle che potrebbero far naufragare la revisione Power Clean Plan. Modifiche o abrogazioni dovranno affrontare una forte resistenza politica e contenziosi a non finire. Tuttavia, il vigore dell’esecutivo e l’attitudine dei nuovi legislatori, non tutti epigoni del pensiero ambientalista, potrà fare danni considerevoli, poiché tenderà ad affermare il pregiudizio che le regole ambientali sono orpelli inutili e inefficaci, un enorme danno per le imprese e una pietra al collo della crescita economica.

Tutto ciò sarà in contraddizione con quanto imputato alla Cina e ad altri Paesi emergenti, la concorrenza “sleale” che sfrutta il lavoro e l’ambiente, vera molla della loro competitività. Alcuni confidano che la guerra economica promessa da Trump penalizzerà proprio coloro che più contribuiscono ad alterare il sistema climatico. E in questo senso, la guerra del clima potrebbe finire senza vincitori né vinti. Per questo motivo, il recente incontro tra il neo-presidente e Al Gore, alfiere della lotta ai cambiamenti climatici, ha suscitato qualche speranza che l’attitudine negazionista di Trump possa attenuarsi. Anche se, in tema di clima, pare che Ivanka Trump possa influenzare le nuove politiche climatiche assai più di Al Gore.

Al contrario, la guerra all’ambiente degli Stati Uniti potrebbe condurre a un arretramento secolare: in pratica, sul clima la nuova amministrazione potrebbe limitarsi soltanto ad abbaiare, ma sull’ambiente potrebbe anche mordere a fondo. Poiché Trump ha realizzato che la figura chiave non è un ministro ma il direttore dell’Epa (Agenzia per la protezione dell’ambiente) ha scelto Scott Pruitt che esordisce così: “Il popolo americano è stanco di vedere miliardi di dollari drenati dalla nostra economia a causa di norme inutili dell’Epa; e ho intenzione di guidare questa agenzia in modo da favorire sia la protezione responsabile dell’ambiente sia la libertà delle imprese americane”.

Dai timori alle certezze, l’era Trump mostra in campo ambientale la stessa incoerenza già evidenziata in quello economico. Se l’intima contraddizione tra lavoratore e consumatore viene saldata tramite il protezionismo e basta, quella tra diritto al benessere e diritto al lavoro viene sanata con il culto dell’impresa tout court. Senza che la religiosa osservanza dell’ordoliberalismo venga messa in discussione.