Una lunga scia di attacchi terroristici, un cambio di primo ministro, le tensioni con la Germania e l’Unione Europea, la crisi dei rifugiati, un fallito colpo di Stato, la chiusura di decine tra agenzie, canali televisivi, radio, quotidiani, riviste e case editrici, l’arresto di oppositori politici veri e presunti, i conflitti lungo i confini del Paese. È stato questo l’anno della Turchia, dodici mesi a dir poco burrascosi, che hanno contribuito nell’ultimo periodo a un ulteriore rallentamento dell’economia della Porta d’oriente, non più esplosiva come pochi anni fa. Il prossimo non si apre sotto i migliori auspici: gli analisti si interrogano sulle conseguenze sui conti di Ankara dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, che potrebbe rendere ancor più critiche le difficoltà che sta attraversando il Paese. Fino a spingere il presidente Recep Tayyip Erdoğan a mettere temporaneamente da parte il referendum costituzionale che il governo ha intenzione di promuovere nel 2017, per trasformare la repubblica da parlamentare in presidenziale, con l’effetto di eliminare la funzione del primo ministro e consegnare a Erdoğan la possibilità di governare per due nuovi mandati.

L’incertezza politica non aiuta ad attrarre investimenti esteri. E i dati forniti dal Turkish Statistical Institute, ufficialmente attesi per la prossima settimana, suggeriscono nel terzo trimestre di quest’anno una crescita che potrebbe fermarsi poco al di sopra dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2015, ai minimi dell’ultimo decennio. Una frenata che si è già avvertita nel periodo da aprile a giugno, che ha visto la crescita del pil assestarsi al 3,1% rispetto all’anno precedente, dopo il 4,8% del primo trimestre. La disoccupazione continua a crescere: ad agosto ha registrato un incremento dell’1,2% anno su anno, toccando complessivamente la percentuale dell’11,3 per cento. E anche la disoccupazione giovanile, per anni al di sotto della media Ue del 18,5%, è arrivata a toccare a giugno il 19,9 per cento. Circa il 28% dei cittadini tra i 15 e i 29 anni è classificato come Neet – ovvero non lavoratori, né persone alla ricerca di impiego, né studenti -, un gruppo che secondo l’istituto nazionale di statistica costa al Paese circa 25 miliardi di dollari ogni anno, il 3,4% del pil.

Gli anni da “Bric d’Europa”, quando Ankara registrava incrementi annuali del pil in doppia cifra, non sembrano immediatamente ripercorribili. Nel periodo 2002-2006 la produttività cresceva al 6%, livelli mai più raggiunti e probabilmente un’occasione persa per sviluppare il Paese. Che ha poi sostenuto la crescita soprattutto attraverso i consumi, con una politica dei tassi tendenzialmente espansiva. “Nel lungo periodo abbiamo intenzione di tagliare i tassi, in modo che le persone incrementeranno le loro entrate tramite il lavoro, e non tramite gli interessi”, aveva detto Erdoğan nel 2011. Così i prestiti al settore privato sono quadruplicati dal 2008 a oggi, con un prodotto interno lordo che si è “solo” approssimativamente triplicato, sostenuto dal debito delle famiglie: le stime parlano di un 70% del pil trainato dai consumi, oggi invece al palo.

Per allentare le pressioni sui mercati, con una lira ai minimi storici contro euro e dollaro, rispetto al quale dall’inizio dell’anno ha perso il 17%, la Banca Centrale Turca ha deciso a fine novembre, per la prima volta in quasi tre anni, di alzare i tassi di interesse, portandoli all’8% con un incremento di 0,50 punti. Nulla a che vedere con quanto accaduto all’inizio del 2014, quando l’intervento dell’istituto centrale fu estremamente più robusto, con i tassi portati dal 4,5 al 10 per cento. Ma allora come adesso gli strali di Erdoğan si sono fatti sentire forti e chiari, e la scorsa settimana ha dichiarato: “Dobbiamo risolvere il problema dei tassi. So che sono solo, ma continuerò a lottare, sono determinato. Dobbiamo difendere la nostra economia così come abbiamo difeso il nostro futuro il 15 luglio”. Per il presidente turco si sta concentrando sul Paese un attacco speculativo, dopo il fallito colpo di Stato di luglio, i mutati rapporti con la Ue – che ha appena votato in Parlamento il congelamento dei negoziati di adesione – e l’avvicinamento a Mosca.

“Qualcuno sta provando a mettere in ginocchio questo Paese attraverso un sabotaggio economico, dopo quello con i carri armati e gli F-16”, ha detto Erdoğan. Per sostenere la moneta il presidente turco è vicino all’accordo con Russia, Cina e Iran per passare al pagamento degli scambi commerciali bilaterali in valute nazionali, e ha chiesto alla popolazione di convertire in lire tutti i depositi in valuta estera. Una chiamata alle armi da parte del presidente a cui ha già risposto presente la Borsa di Istanbul, che trasformerà in moneta turca tutte le sue attività liquide. Una mossa che, però, ha provocato solo il recupero di pochi centesimi rispetto al dollaro, divenuto un vero e proprio spauracchio.

L’elezione di Trump ha scongiurato l’avvento di Hillary Clinton, ritenuta vicina a Fethullah Gulen, accusato da Erdoğan di aver organizzato il golpe di pochi mesi fa, e favorevole a supportare i curdi siriani, oppositori del governo. Erdoğan ha salutato con soddisfazione e speranza i risultati delle presidenziali americane, ma tra pochi mesi potrebbe dover fare i conti un ulteriore peggioramento della situazione economica, per il nuovo corso dell’esecutivo Usa. Dal tycoon si attendono tagli alle tasse e impulso alla spesa pubblica, che avrebbero effetti inflattivi, e potrebbero portare al rialzo dei tassi, a una riduzione dell’eccesso di liquidità americana nel mondo e a un costo più alto del debito per i Paesi che in questi anni hanno accolto con favore l’afflusso di capitali esteri, proprio come la Turchia. A favore di Ankara, oggi, restano un rapporto debito/pil al di sotto del 35% e un deficit, seppur in crescita, che ruota attorno al 2 per cento. Il Fondo monetario internazionale, in un’indagine del 2016, ha ribadito la necessità di riforme strutturali per il Paese, sia per incrementare il tasso di risparmio domestico, sia per incidere sulla produzione e sul mercato del lavoro.