Tra le tante balle spaziali di Renzi raccontate in questi tre anni, dobbiamo riportare quelle enormi inerenti la riforma della Giustizia e la riforma del Fisco. Tanto annunciate pomposamente quanto mai pervenute.

Qualcuno ha ora compreso come la sonora bocciatura al referendum sia stata il ricevere una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato, ossia la mera reazione contraria alle panzane, soprattutto se calata in una situazione socioeconomica imbarazzante. Il principio di Archimede applicato a Renzi.

E la situazione socioeconomica imbarazzante è anche conseguenziale proprio alle mancate riforme appena accennate. Perché non serve un fisico quantistico (infatti lo ricordano semplicemente e costantemente gli studi e le classifiche indipendenti internazionali) per spiegare come a fronte di un sistema giustizia inefficiente, nel quale non sono garantiti né i diritti né tantomeno i crediti (e agli investitori serve questo, assai meno dei diritti fondamentali), e di un sistema fiscale barocco e gravoso, talmente incomprensibile da risultare ovviamente insidioso e altamente discrezionale, se non arbitrario, con l’Agenzia delle Entrate che se la suona (a suon di atti impositivi) e che se la canta (con le circolari che interpretano il legislatore, che non è l’Agenzia) e con la giustizia terza (terzietà) che invece è seconda al Ministero delle Finanze (da cui infatti dipende), contraddistinto da un peso fiscale tra i più alti al mondo e che riversa quanto preso solo in minima parte in servizi efficienti e largamente in clientelismo e corruzione.

Una situazione grottesca, alla Delicatessen. E raccontare ciò non è mero populismo ma è neorealismo. Giova ricordare come appena insediatosi il Premier, con a fianco il neo ministro Orlando, in conferenza stampa l’abbia sparata talmente grande (“ed entro giugno faremo la riforma della Giustizia”) che lo stesso guardasigilli spezzino aveva strabuzzato gli occhi e deglutito onde soffocare una scomposta ma naturale reazione.

Poi s’è capito che in realtà non era proprio una delle tante sparate del Bomba perché in effetti non aveva aggiunto l’anno alla sua esternazione… E in effetti giunti al terzo (e al momento ultimo anno), della riforma s’è visto ben poco (negoziazione assistita, parziale snellimento del processo esecutivo, ritocchi al diritto di famiglia).

Tra essi certamente pregevole il nuovo istituto della negoziazione assistita, ispirato all’analogo modello francese, introdotto nel 2014 con il “decreto giustizia”, finalizzato a “degiurisdizionalizzazione” (chissà l’Accademia della Crusca cosa ne pensi), ossia l’esigenza (e soprattutto l’ansia) di dover spostare la giustizia sul versante dell’Adr (Alternative Despute Resolution). L’intento è stato di portare fuori i contenziosi dalle aule dei tribunali, bloccando a monte l’afflusso dei processi, costituendo un’alternativa stragiudiziale alla risoluzione dei conflitti.

La negoziazione assistita consiste nell’accordo tramite il quale le parti in lite convengono “di cooperare in buona fede e lealtà”, al fine di risolvere in via amichevole una controversia in particolari materie, tramite l’assistenza di avvocati, poi acquisendo forza esecutiva. Andava però estesa più ampiamente (ad es. in materia di famiglia non è utilizzabile dai conviventi), mentre invece è stata solo una buona scintilla. A oggi non si è vista nessuna organica riforma della Giustizia ma agiti sparsi, spasmi irregolari che si sono tradotti in slogan. Al pari della politica renziana.

Peccato perché, come più volte scritto, l’Orlando curioso (assai meno furioso) si è mostrato un buon ministro dialogante, appassionato e competente. Ma le parole vanno tradotte in fatti, altrimenti diviene un esercizio di stile. Lo stesso sbandieramento di aver ridotto i processi civili da 6 milioni agli attuali 4 pare sia più il frutto della crisi e della sfiducia (meno soldi meno cause) e degli ostacoli frapposti negli ultimi anni dal legislatore d’accatto (con l’aumento del Contributo Unificato, teso a creare un diritto alla difesa vergognosamente censorio).

Non parliamo poi della n.p. riforma del Fisco. Il nulla annunciato seguito dal nulla. Basti pensare come il 14 dicembre i commercialisti sciopereranno contro l’ennesima trovata (lo spesometro trimestrale). Un delirio tutto italiano. Il riformista (a parole) governo avrebbe dovuto immediatamente metter mano ad una radicale riforma fiscale, varando un Testo Unico, con regole semplici, chiare, con un alleggerimento del peso fiscale reale e non virtuale. Virtuale come la politica dell’ultimo triennio. E ancor prima.

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