Fare il genitore apre una porta oltre la quale si annidano una serie infinita di paure. Quando tieni tuo figlio in braccio per la prima volta entri in un mondo in cui quelle certezze che fino ad allora davi per scontate, cominciano a vacillare. E’ un po’ come entrare nel tunnel degli orrori al parco dei divertimenti, solo che la corsa non finisce mai. Hai paura di farlo cadere, che possa soffocare mentre mangia un grissino, che muoia nel sonno, che cada da una finestra, che prenda la polmonite, che venga investito da una macchina….e queste sono solo alcune delle paure concrete con le quali fare i conti.

Fare figli ci rimette in discussione con le nostre paure, con quelle che credevamo di aver superato, quelle latenti che aspettavano solo di fuoriuscire, quelle che abbiamo assorbito dagli altri. Si vive di paure perché gli uomini non la spuntano senza di loro, e perché la paura è peggio di un virus, basta un contatto e si è già contagiati. Le paure sono la conseguenza dell’esposizione a un fattore, avvenuta più o meno consapevolmente. Quanti di noi hanno sviluppato ansie, una volta cresciuti, perché sentite mille volte dai genitori, perché assimilate dai comportamenti di uno di loro o perché ascoltate in giro, alla televisione un centinaio di volte?

Vivere di timori è (anche) lo strascico dell’approccio alla vita di chi ci ha educato.
G. ha sviluppato la fobia dell’aereo. Da bambino, su uno dei primi voli, il padre gli ha risposto che sì, se l’aereo fosse caduto, loro sarebbero morti. La mamma di R. l’ha cresciuta con l’angoscia delle malattie, raccontandole con dettagli impossibili per una bambina da metabolizzare, le agonie dei nonni morti di cancro. F. non esce mai da sola perché la madre le ha messo paura persino della sua ombra. Quando mio padre superava qualche camion in autostrada, mia madre sussultava inveendo contro gli autisti per mille insensate ragioni. Troppo a sinistra, troppo grandi, troppo veloci… Che stupefacente coincidenza: io odio guidare in autostrada!

Posto che da adulti i figli svilupperanno paure e personalità distinte, penso sia importante riconoscere e limitare quelle ansie a cui ci arrendiamo e che potremmo attaccare loro più efficacemente di una fede calcistica. In qualche modo, è importante rompere il ciclo, maturare andando oltre gli sbagli e le debolezze dei propri genitori, e all’opinione comune che “nessuno riesce a cambiare”. Vale la pena provare a districare l’intreccio di riti e abitudini nocive che abbiamo custodito passivamente per anni, per trasformarci in un esempio di genitore luminoso, positivo e far fiorire figli sicuri e sereni.

Le paure sono carogne e ce n’è di tutti i tipi. Alcune quasi non si vedono, strisciano e castrano fermando la crescita. Conosco molti genitori, di figli già grandi, che fanno fatica a lasciargli la mano per attraversare la strada. Si appellano alla paura del futuro, dell’incertezza, delle scelte improvvise, dei colpi di testa, di una strada sconosciuta. Una conoscente ha rinunciato a una bella opportunità di lavoro in America, perché per la madre “sarebbe stata troppo lontano”. La ragazza adesso vive in un paesino di poche anime, nella casa della nonna materna.

Si scrive paura, si legge ricatto. E diventa uno strumento potente per schiacciare, controllare, forgiare persone zoppicanti, che difficilmente riusciranno a inspessire la propria corazza.

Ho deciso che per i miei figli voglio essere una persona migliore, per farlo devo anche essere una persona più forte, una persona che guarda in faccia le proprie paure. Devo scindere tra le paure reali, dettate da elementi che non posso influenzare, e quelle che non lo sono, quelle che stagnano nella mia mente. Glielo devo, ma lo devo ancor prima a me stessa.

Vorrei che da grandi parlassero della loro madre come di una donna decisa, padrona del proprio destino; non infallibile e neanche invincibile – perché gli eroi nelle fiabe urbane non esistono e fanno danno – che, quando ne ha avuto la possibilità, ha evitato le scorciatoie. Una donna che ha contribuito a farli diventare robusti mostrando la strada dritta davanti a loro, senza temere niente: uomini, fantasmi o loro stessi.

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