Il dibattito sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi è stato molto povero, tutto spostato dai contenuti reali della riforma, politicizzato, infarcito di slogan e bugie. La prima cosa che va chiarita è che il cambiamento non è un valore di per sé, come sembra sostenere il Governo: il cambiamento può essere in meglio o in peggio. E questa riforma è un chiaro cambiamento in peggio.

E’ già del tutto improprio che il Governo si faccia promotore di una revisione costituzionale. La Carta fu approvata con 453 voti a favore e 62 contrari, a riprova che contenendo le regole fondamentali dell’ordinamento democratico, in essa tutti devono potersi riconoscere. De Gasperi, ad esempio, fu sempre molto attento a non interferire coi lavori della Costituente. Intervenne una volta sola, ma dal suo scranno di deputato, perché quando si parla di Costituzione – diceva Calamandrei – i banchi del governo devono essere vuoti.

Qui siamo al capovolgimento di tutto questo: una riforma approvata con maggioranze sempre più risicate e variabili, con grandi forzature. Sedute fiume, canguri e supercanguri, sembrava di stare in un safari. Insomma, sono riusciti a dividere il Paese sull’unica cosa su cui era unito.

Non è vero nemmeno che si risparmierebbero 500 milioni, la Ragioneria dello Stato (organo del Governo) parla di circa 57: un caffè all’anno a cittadino, che però lo paga col suo diritto di scegliersi direttamente i rappresentanti. In un momento di grave crisi della democrazia e rappresentanza, anziché provare a riallacciare i fili dell’ascolto con chi non si sente più rappresentato, questa riforma va nella direzione opposta di ridurre ulteriormente gli spazi democratici. Quasi ci dicessero: visto che non andate più a votare, vi togliamo direttamente il disturbo. Si potevano ridurre parlamentari, ma in modo bilanciato, per non causare gravi squilibri nelle funzioni che svolgono insieme, tra cui le nomine delle cariche più importanti dello Stato.

La composizione del Senato sarebbe piena di contraddizioni. Nulla nella riforma garantisce che i nuovi senatori rappresenterebbero gli enti territoriali di cui pur fanno parte, anziché i partiti di appartenenza. Si cita a caso il Bundesrat, ma ci sono due differenze fondamentali: lì siedono i rappresentanti dei governi dei Länder con chiaro vincolo di mandato.

Inoltre, nei Senati federali, tendenzialmente le Regioni sono rappresentate in modo eguale per farne un luogo di discussione alla pari, mentre assegnare seggi in base della popolazione come fa la riforma Renzi-Boschi finirebbe per cristallizzare e accentuare le differenze tra Regioni. Per non parlare di quei 5 senatori che può nominare per sette anni il Presidente della Repubblica: un partito del 5%, senza che sia chiaro chi dovrebbero rappresentare. Le immunità parlamentari verrebbero indebitamente estese a chi governa, come i sindaci. Significa che solo con autorizzazione a procedere del Senato si potrebbe intercettare un sindaco-senatore che tentasse di favorire un’azienda amica in un appalto.

Tra l’altro, non è vero che la riforma semplifica ma complica, creando numerosi nuovi procedimenti legislativi dai contorni così vaghi che inevitabilmente causerebbero conflitti di competenza davanti alla Corte costituzionale, rallentando e complicando il procedimento.

Sostanzialmente hanno costituzionalizzato le “spallucce”. Il potere di decidere su quale procedimento seguire, infatti, spetterebbe in ultima istanza ai due presidenti di Camera e Senato. Ma se non si mettessero d’accordo? Spallucce. La riforma non risolve, si finirebbe davanti alla Corte. Su tutti i procedimenti legislativi (salvo quello bicamerale) anche quando il Senato dicesse la propria, per la Camera sarebbe enormemente facile rispondere “spallucce”, e superarne pareri e modifiche a maggioranza. Le funzioni del Senato disegnato dalla riforma Renzi-Boschi sono vaste e vaghe, e non se ne chiariscono le conseguenze. Per fare un esempio: “Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo”. Concorre con chi? Sono pareri vincolanti o meno? Perché se non lo chiarisco, più che poteri si tratta pacche sulle spalle.

A leggerla si ha l’impressione che la riforma sbagli volutamente bersaglio. Uno dei paradossi di questa campagna è sentire membri del Governo dire che “è il Senato che blocca le leggi che servono al Paese”. Quindi vogliono davvero farci credere che se la legge contro l’omofobia e quella sul consumo di suolo sono bloccate al Senato, c’è la Costituzione a bloccarle sulla porta, e non il fatto che nella maggioranza che governa ci sono coloro che non le vogliono far passare?

Delle 224 leggi fatte in questa legislatura, 180 sono state approvate con un solo passaggio nelle due Camere, 39 hanno avuto bisogno di un terzo passaggio, e solo per 4 c’è stato il famoso “ping pong” con due passaggi in entrambe. Quando c’è stata volontà politica di fare in fretta una riforma, come la Fornero, è passata in 20 giorni. E siamo secondi in Europa per quantità di leggi prodotte annualmente: forse più che un problema di velocità, o quantità, abbiamo un problema di qualità.

In sintesi, la riforma agisce con foga accentratrice su almeno due livelli: dalle Regioni verso lo Stato (vedasi la clausola di supremazia e l’accentramento di importanti competenze), e dei poteri dal legislativo verso l’esecutivo, senza nemmeno bisogno di toccare direttamente i poteri del Governo, ed in totale continuità con il progressivo svuotamento dell’istituzione parlamentare cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. I

Del resto, dopo aver raccontato per mesi che sarebbe la riforma delle tesi dell’Ulivo (e ci sono grosse differenze), hanno cominciato a dire che è praticamente la riforma di Berlusconi del 2006. Sarebbe il caso che si mettessero d’accordo con se stessi, anche perché a far tutte le parti in commedia, va a finire che si capisce che è una recita. E per capirlo, e votare contro, in realtà #bastaleggerla.