C’è qualcuno che gufa sulla trattativa per la vendita del Milan ai cinesi. No, non sono i tifosi della Juventus, a cui magari sarà venuto qualche brutto pensiero a vedere i rossoneri al secondo posto in classifica, e magari temono che i rivali possano rinforzarsi pericolosamente sul mercato con i capitali dell’est e lottare davvero per lo scudetto. E non sono neppure i cugini dell’Inter, già finiti da tempo nelle mani dei cinesi ma depressi per l’andamento dell’ennesima stagione fallimentare. A tifare contro il closing e la cessione definitiva della società è proprio l’uomo che dovrebbe venderla e incassare complessivamente 740 milioni di euro: Silvio Berlusconi.

Dalla vigilia di Milan-Inter in poi è stata un’escalation di dichiarazioni: da “non so se sarà il mio ultimo derby”, a “se salta il closing potrei tenermi il Milan con molto piacere. Punteremmo su una squadra tutta italiana e molto molto giovane”. Fino ad ammettere candidamente alla confidente Barbara D’Urso: “Quasi quasi me lo auguro”. Rieccoci qua: il Milan è secondo e lui si è ringalluzzito. Tutto parte infatti da quella posizione in classifica, impensabile ad inizio campionato. Il lavoro di Montella, però, l’esplosione di un paio di ragazzini, soprattutto la mediocrità di una Serie A che fa una fatica terribile a trovare un’avversaria credibile per la Juventus (la Roma balbetta, il Napoli non è più lui da quando ha perso Milik, l’Inter è dispersa), hanno resuscitato il Diavolo che sembrava morto e sepolto. Aggiungiamo che i cinesi stanno avendo qualche problema di troppo a chiudere l’affare e non è difficile capire cosa stia passando nella mente del vecchio proprietario.

Il Milan è di nuovo insperato protagonista. Per ora. E con lui il suo presidente, nel calcio e persino in politica. In queste settimane Berlusconi sta vivendo una specie di seconda (facciamo pure terza, o quarta) giovinezza, un’ultima ondata di sovraesposizione mediatica, tra i successi dei rossoneri e la campagna verso il voto del 4 dicembre. E questo ha ravvivato la sua nostalgia per i bei tempi. Il Milan vince? Allora quasi quasi se lo tiene. Arriva il referendum? Magari si ricandida alle prossime elezioni. Come un vecchio che non vuole arrendersi al tempo che passa e mollare l’osso: il suo (costosissimo) giocattolo e il suo lavoro, le due passioni di una vita. I figli lo invitano a vendere, a farsi da parte, godersi la meritata pensione. Lui acconsente, la ragione gli dice che è la cosa giusta da fare (infatti il closing, previsto per il 13 dicembre, dovrebbe essere solo rinviato a fine gennaio: la cessione resta la prima opzione, la più sensata). Salvo fare le bizze e puntare i piedi alla prima occasione utile, per la voglia di essere ancora l’uomo che vince “nel pallone e nella vita”.

Peccato che sia tutta o quasi un’illusione. Anche due anni fa di questi tempi (quando c’era Inzaghi in panchina) i rossoneri arrivarono alla sosta in piena corsa per l’Europa, salvo poi crollare nel girone di ritorno. Prima o poi Suso smetterà di essere il Messi della Serie A, Montella dovrà fare i conti con i limiti di una rosa corta, con pochi cambi e diversi buchi in ruoli chiave. E allora riemergeranno tutti i problemi di gestione di una società che non si può mantenere senza investire cifre che la famiglia Berlusconi non può o non vuole più permettersi. Già al prossimo mercato di gennaio, quando allenatore e tifosi reclameranno rinforzi, i nodi potrebbero venire al pettine. Esattamente come, passata la sbornia referendaria che ha regalato a tutti un briciolo di visibilità, saranno gli altri pesci grossi a giocarsi l’eredità del risultato (qualsiasi esso sia). Ma non ricordatelo a Berlusconi: il suo Milan è di nuovo grande, magari tornerà anche Forza Italia. E la musica dance degli Anni Novanta.

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