Alla fine il regista curdo iraniano Keywan Karimi è entrato nella prigione di Evin, nella capitale Teheran. Vi dovrà scontare la sentenza definitiva, emessa il 21 febbraio, a un anno di detenzione e a 223 frustate.

La vicenda giudiziaria inizia nel dicembre del 2013, quando la polizia si presenta a casa di Karimi con un mandato di arresto. Gli agenti sequestrano hard disk e altro materiale di lavoro e portano il regista in carcere, dove resta per circa due settimane. Poi viene rilasciato.

Nel frattempo, mentre Karimi continua a lavorare ai suoi nuovi documentari, l’inchiesta va avanti fino a quando, nell’ottobre 2015, arriva la condanna in primo grado, a sei anni di carcere e 223 frustate.

In appello, dunque, Karimi ha ottenuto un’importante riduzione della pena, anche se l’orribile sanzione aggiuntiva delle frustate è rimasta tutta. Però in carcere non avrebbe dovuto entrarci neanche un minuto.

Le accuse a suo carico (offesa alle istituzioni sacre dell’Islam e propaganda ai danni dello Stato) sono legate a un documentario, Scrivere sulla città, sull’uso dei graffiti come strumento di comunicazione politica.

Le opere del regista curdo iraniano sono state ospitate in numerosi festival internazionali. Il suo ultimo lavoro, Drum, un lungometraggio di finzione girato ad aprile mentre era in attesa di essere chiamato in carcere, è stato presentato alla settimana internazionale della critica della 73esima edizione della Mostra di Venezia.

“È inaccettabile che un giovane regista indipendente sia condannato per la sua professione e per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione. Il mondo dello spettacolo e della cultura deve mobilitarsi e trasformare l’indignazione per l’arresto di Karimi in atti concreti di solidarietà e sostegno. La comunità internazionale e quanti possono esercitare pressione sulle istituzioni iraniane devono intervenire per chiedere la sua immediata scarcerazione”.

Sono le parole di Cristina Annunziata, la presidente di Iran Human Rights Italia, tra le pochissime voci che hanno preso le difese di Karimi. Infatti, mentre il regista entrava in carcere, in Italia l’attenzione era tutta concentrata sul modo migliore di promuovere scambi commerciali con l’Iran.