Incontro Enzo Maiorca di fronte al mare della sua Siracusa, il mare delle prime immersioni nel blu profondo, il viso sembra scolpito così come le parole che scandisce con lentezza e chiarezza. Gli spiego che sto scrivendo una serie di articoli sulle sfide impossibili, non mi lascia terminare la frase ed esordisce: “Guardi che io non ho mai sfidato nessuno, ma sempre e soltanto me stesso, anche quando c’era una competizione tra me e Jacques Mayol (celebri i loro duelli ricostruiti nella pellicola “Le grand bleu” di Luc Besson) era un dialogo tra di noi, 3000 miglia di distanza l’uno dall’altro, con un grande testimone: il mare”.

Cosa l’ha spinto a scendere negli abissi?
“Sin da bambino ho abitato a Grottasanta poco a Nord di Siracusa, un luogo che oggi non c’è più distrutto dal cemento e dall’asfalto, ma il mio mare è sempre lì sotto di me, non perché io fossi il suo sovrano, l’unico re del mare è il mare stesso. Io abitavo in alto e lo vedevo fisicamente sotto di me a poco meno di cento metri. Questa visione dall’alto è meravigliosa, rimanevo ore a contemplare i giochi di luce, i dobloni che riusciva a coniare sulla superficie cosi da farmi credere che ero ricco quanto Creso. Allora immaginavo le sue profondità, mi chiedevo che cosa ci fosse sotto la sua pelle. E non riuscivo ad arrivarci neanche con la fantasia. I racconti dei pescatori alimentavano la curiosità. Nelle belle mattine d’estate tra gli scogli dopo aver passato la notte a pescare con la lampara si raccontavano l’un l’altro di strane visioni, di mostri. Le profondità del mare allora facevano paura”.

Come è riuscito a vincere se stesso e i timori che fanno parte di ciascuno di noi?
“Anche per questo devo essere grato al mare, lui stesso mi ha dato la conferma che potevo farcela. La consapevolezza è nata dalla nostra intimità, il mare mi ha aperto la mente, ha cacciato via tutti i dogmi. I medici sono arrivati dopo, così come i duri allenamenti fisici. La sfida parte prima nella nostra mente. Ho vinto le paure guardandole, esaminandole con il raziocinio, cercando di calcolare tutti i lati positivi e negativi. La spinta ad andare più giù veniva dalla passione, poi cercavo anche di rassicurarmi, dicendo a me stesso: ‘Se ieri ti è andata bene perché non dovrebbe anche oggi?’. Mi tuffavo ed ero così determinato che non mi riusciva mai di soprassedere, il rimandare una prova mi sembrava come un tradimento verso me stesso, una dimostrazione di aver paura e la cosa mi dava fastidio”.

C’è stata una volta che il rischio è stato sopravvalutato?
“Si, una volta a tre metri di profondità mi si sono spaccati tutti e due i timpani. Non avrei mai dovuto immergermi perché ero banalmente raffreddato! Ricordo che quella sera a cena con i timpani a brandelli riuscivo a far uscire il fumo dalle orecchie come mago Merlino, le mie due bimbe si divertirono moltissimo. Poi i timpani si sono cicatrizzati completamente.

Qual è l’impresa che ricorda più di frequente?
“Direi la prima nel 1960 quando la Fipsas (Federazione Italiana Pesca sportiva e attività subacquee) mi diede la possibilità di provarci e riuscì a battere il brasiliano Amerigo Santarelli che deteneva il record a – 41. Io arrivai a – 45 e da lì iniziò una gara avvincente che mi portò in breve tempo a raggiungere i – 49 metri”

Che cosa ha provato quando riemerse la prima volta?
“Quando arrivi giù sul fondo e stai per staccare la targhetta che indica la profondità raggiunta e ti rendi conto che vicino a te ci sono i giudici federali con le bombole sei consapevole che loro sono in condizioni fisiche diverse, e tu invece basti a te stesso non hai bisogno del respiratore. E’ una sensazione unica che poi diventa trionfo appena riesci a riemergere, qualcosa che non si può raccontare, né spartire con nessuno. La stessa sino al mio ultimo record quando nel 2008 sono sceso a 101 metri in 3 minuti e 15 secondi”

Quando ha iniziato non c’era consapevolezza scientifica di quale fosse il limite, qual’era il suo?
“Tra un tentativo di record e l’altro mi trovai a Camogli dove vivono i marinai in pensione e un ufficiale della Marina Militare mi raccontò una storia che non ho mai dimenticato. E mi ha dato la consapevolezza che il limite si poteva vincere e non ero certo il primo che ci provava. La nave da battaglia “Regina Margherita” mentre si trovava in una baia della Grecia aveva perso l’ancora tra 60 e 70 metri di profondità e non c’era modo di recuperarla. Si avvicinò alla corazzata un piccolo veliero di pescatori di spugne greci e il più anziano di loro si disse pronto ad aiutarli a recuperarla. La sua proposta venne accolta dall’ilarità generale, era marzo, le acque dell’Egeo erano gelide e lui non aveva certo una muta. L’uomo non si curò di loro si tuffò e dopo qualche tentativo riusci a far passare una cima alla catena dell’ancora che poi fu recuperata.”

E lei è riuscito a recuperare la sua ancora?
“La mia vera ancora è il mare e l’amore per la mia famiglia”
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Queste le parole di Enzo Maiorca che nella vita ha dovuto affrontare non solo sfide sportive, ma anche umane come la prematura perdita della figlia Rossana – morta nel ’95 a causa di un cancro al seno – e poi tante battaglie a tutela dell’ambiente marino contro metodi di pesca distruttivi come le “spadare”, la pesca a strascico sottocosta, la lotta contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia di cui Maiorca e la figlia Patrizia insieme alle associazioni ambientaliste sono stati protagonisti e quella contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Maiorca non ci lascia solo il ricordo di una serie di straordinari record e imprese sportive, ma l’esempio di una vita coerente con una passione fortissima e indomita: questa è la vera eredità azzurra dell’uomo dei record.